sabato 27 maggio 2017

LINO D'AMICO: "SUSSURRI DI EMOZIONI"

Lino D'Amico,

Sussurri di emozioni

Credo sia opportuno riportare alcuni miei scritti sulla poesia di Lino D’Amico:

Questa la mia Prefazione al testo:


“Poesia con valenza eponima di forte impatto emotivo-vicissitudinale. Gli abbrivi intimi si affidano ad una metaforicità di urgente respiro; ad uno stilema folto di immagini ricche di impatti memoriali, dove il tempo fugge senza rispetto per il sacrosanto patrimonio del nostro essere. La vita c’è tutta con il suo bagaglio ontologico, coi suoi quesiti esistenziali, in un raffronto vicissitudinale che inquieta e dà segno della fragilità dell’esser-ci. “Dilemmi confusi smarriti nell’attimo… brusii di fluttuanti memorie… profughe eco… dissolversi di un respiro… correre di passi…”. Tutto è precario, tutto è fragile in questa significanza di larga intrusione epigrammatica che coinvolge a livello umano, contemplativo ed escatologico. D’altronde l’uomo ha sempre sofferto di fronte al pensiero del tutto o del nulla; del dopo o del prima; di fronte al pensiero dell’oggi e dell’ieri. Tanti momenti che delineano le problematiche del fatto di esistere: a quale destino il patrimonio della nostra terrenità? a quale isola quello che resterà di un viaggio fatto di tappe a volte piacevoli, a volte in ripida salita, a volte fra pensieri, tormenti e riflessioni su ciò che siamo, siamo stati e saremo. Cerchiamo con tutto il nostro pathos di ripescare momenti o figure, incontri o sottrazioni; di tenerli con noi con tutte le energie possibili. Ma la clessidra scorre improrogabilmente con una fretta tale che le memorie stesse si assottigliano, sfuocano o si dissolvono  come foglie d’autunno:

Svaporano nell’oblio briciole di ricordi,
mormorii ed allegorie di sogni,
silenzi di emozioni vissute
tra  fatui sospiri e speranze sopite,
eteree, come sublime immanenza
di una struggente melodia

E mentre noi passiamo impigliati nella rete della vita, quello che ci attende è un vuoto che svanisce dove gli sprazzi di luce si arrendono alle ombre: “tra pigre apparenti empatie,/ in un viaggio vissuto, forse senza partire”.

Ed è già ieri”

Nazario Pardini


Ed è già ieri

Dilemmi confusi smarriti nell’attimo,
dileguano brusii di fluttuanti memorie,
vestono brandelli di profughe eco
nel lento dissolversi di un respiro
che scolora baluginii di sensazioni,
mute compagne del correre di passi.

Svaporano nell’oblio briciole di ricordi,
mormorii ed allegorie di sogni,
silenzi di emozioni vissute
tra  fatui sospiri e speranze sopite,
eteree, come sublime immanenza
di una struggente melodia.

Come refolo che circuisce il nulla
nella illusoria clessidra dei miraggi,
il tempo rincorre un vuoto che svanisce,
cede alle ombre balenii di luce,
tra pigre apparenti empatie,
in un viaggio vissuto, forse senza partire.

Ed è già ieri.



Un libro ben fatto, editato con amore e professionalità, questo nuovo di Lino D’Amico. Tante poesie che in gran parte hanno trovato ospitalità sul blog Alla volta di Lèucade e che  con estrema duttilità esprimono tutto l’amore dell’autore per questa antica arte. Ma c’è qualcosa di nuovo, e non è poco, e sta nella corrispondenza fra immagini fotografiche e canti; il tutto in un ensemble di grande effetto cromatico-allusivo; coinvolgente e avvolgente: scatti di per sé emblematici e significativi: figure umane, panorami, squarci autunnali, sentieri montani,  brumosi castelli, anziani dormienti, cime rosa in vertigini azzurre, spazi di grani  mietuti, di cipressi accoccolati…. Tante immagini che danno forza e concretezza ai vari momenti lirici del nostro D’Amico, alcuni dei quali, riportati su questo testo dal titolo Sussurri di emozioni, ho avuto occasione di commentare e recensire. Mi piace ricorrere ad alcuni miei scritti, che a suo tempo avevo stilati, per mettere in evidenza la saudade, e quel substrato di malinconia che fa bene al canto; quella semplicità espositiva che lo rende fruibile: naturalmente semplicità nel senso positivo del termine; quella a cui si perviene dopo anni di maturazione; quando, appunto, ci si incontra con noi stessi in un afflato di spontanea liricità che non ha alcun bisogno di rocamboleschi rigiri  di parole ma solo della chiara oggettivazione di quello che siamo e di quello che fummo.


Questo scrissi a proposito della poesia Antiche pietre:

Poesia di forte intensità umana; di ontologica vicenda esistenziale; qui si va oltre il terreno, oltre gli spazi ristretti del soggiorno; si volge lo sguardo a pietre antiche che hanno sepolto memorie, volti, sogni, civiltà: “antiche pietre vegliano/ profughe memorie”; memorie in fuga verso orizzonti indefiniti. Tutto è silenzio. Il tempo ha chiuso la sua porta a fantasie, sentimenti, voli e svoli. Restano di un’intera vita delle piccole fiammelle come fuochi fatui; un crepuscolo che tanto sa di ultimazione, di redde rationem, di sottrazione. Ogni tratto del percorso si fa simbolo della brevità del giorno, della fugacità dell’ora, dello svanire del tutto, di una vita di passioni e di memorie. Onirici allunghi; pietre testimoni di un esistere di amori perduti, gioiose nostalgie, furtive carezze, perdoni negati, abbracci affettuosi, sprazzi di luce, nuvole al vento, sciami di aromi, ombre di cieli vuoti. Una sottile melanconia pervade l’intera pièce dandole compattezza e organicità. Dire che il memoriale e il mistero siano parte integrante delle vita del poeta è come rimandare il nostro ricordo a “Le Génie du Christianisme di Francois-René de Chateaubriand” che afferma: “Tutto è nascosto, tutto è ignoto nell’universo. Lo stesso uomo non è forse uno strano mistero?  Da dove parte il lampo che noi chiamiamo esistenza e in quale notte si spegne?”. La versificazione scorre con armonia e varietà metrica affidandosi ad effetti contrattivi ed estensivi per concretizzare il pathos del poeta; e sono le misure accessorie (in prevalenza settenari) a rafforzare la funzione sonora e visiva degli endecasillabi; della loro musicalità in una poesia che dice dell’uomo, della sua storia, del suoi odeporici intenti, del suo essere tassello di un perpetuo foscoliano storicismo”.

Nell’etereo e silenzioso oblio,
sudario di riposo
per la quiete dei giusti,
antiche pietre vegliano 
profughe memorie.

In quel ricetto, ogni fruscio è silenzio,
senza spazio, senza tempo,
svapora tra fugaci sensazioni,
 antichi ascolti di echi latenti,
chimere di un fugace passato.

Aleggiano impulsi di amori perduti,
gioiose nostalgie, furtive carezze,
perdoni negati, abbracci affettuosi,
sprazzi di luce, nuvole al vento.
sciami di aromi, ombre di cieli vuoti.

E nel tenue calar del crepuscolo,
fioche fiammelle sembrano danzare,
nel vuoto di mille ombre,
che dalle antiche pietre,
sussurrano a chi sa ascoltare.


E quello che segue per commentare altre poesie postate sull’isola di Lèucade:

“Poesia spontanea, che, avvolta da un alone di semplicità, e da intenti di urgente comunicazione, si distende su uno spartito di plurima significanza. Di forte allusione alla caducità della vita. Non mancano  guizzi di metaforicità a fare da scavo ai quesiti del nostro esistere; a volgere sguardi verso panorami privi di silenzi sciapi. Ed è così che i sogni, le illusioni, le delusioni, le rievocazioni, il patema del tempus fugit, e il senso del mistero che ci avvolge si sciolgono in inquietudini esistenziali di generoso impatto emotivo. Di un impatto in cui i  palpiti di un alitar di brezza, la notte, i diafani petali di luna, il brivido dell’autunno, e il ricordo dell’ultimo sole d’estate si traducono in visive concretizzazioni di  sapidità umana. In un malinconico silenzio che, scorrendo nel sottofondo delle poesie, coniuga speranze smarrite a melodie che hanno sfumature d’infinito. E anche se nel correre delle stagioni riaffiorano sogni ed emozioni di antiche primavere, “il giorno evapora nel nulla/…/ oltre il sussurro di un volo di ricordi”.


 Nazario Pardini