lunedì 26 settembre 2016

N. PARDINI: LETTURA DI "SAGGIO DI TRADUZIONE (DA VALERY A VERLAINE)" DI L. DOMENIGHINI

Luciano Domenighini



Quarta di copertina

Luciano Domenighini: Saggio di traduzione (da Valery a Verlaine). TraccePerLaMeta Edizioni. Segrate (MI). 2016. Pg. 120. € 11,00


Luciano Domenighini si cimenta in una nuova fatica letteraria di acuta valenza musicale. Un vero melologo, una vera combinazione fra melodia e verbo, “dove l’attenzione al testo sa di rispetto”, come riporta Marzia Carocci nella nota interpretativa: “Un viaggio letterario che Domenighini con abilità, osservanza, e grande dominio letterario riesce a “leggere” fra quei richiami di chi ha lasciato grande eredità di versificazione. Una traduzione che rende pregio a qualcosa che di per sé  ne ha grande quantità dove l’attenzione al testo sa di rispetto, di amore e grande comprensione alla radice del pensiero autoriale”; una presentazione che fa da antiporta a traduzioni su cui tanto si è scritto e tanto ancora c’è da scrivere:  Saggio di traduzione (da Valèry e Varlaine), il titolo; dato alle stampe per i caratteri di TraccePerLaMeta Edizioni, tratta di due Autori  contrapposti per poetica e intendimenti emotivi: per Paul Verlaine la musica anzitutto; la musica ancora e sempre; rendere la nuance e non il colore; afferrare l’eloquenza e torcerle il collo; trasmettere, coi sortilegi della musica, impressioni fuggitive e “états d’ȃme”. Per Paul Valery ripudiare “le cri de la sensibilité”;  “l’effusion”, “tout ce qui est élan”; la poesia è tutta “volontaire e cérébrale”.
Due mostri sacri della scrittura poetica della Letteratura francese.  L’Autore affronta con piglio deciso e sicuro un compito non facile, considerando i tanti interventi fatti sulle opere dei due autori transalpini. E lo fa con personalità e stupore emotivo di rara potenza suggestiva: un vero saggio poetico. Si può, di sicuro, affermare che lo scrittore unisce in una voce unica le sue tre abilità fondamentali: quella poetica, quella critica, e soprattutto verbale, filologica, formale: il suo grande amore per la poesia lo porta a scegliere autori di generosa resa estetica; la sua indipendenza concettuale lo porta a scavare per rendere il più possibile originale e al contempo personale il testo; il suo intendimento letterario lo nutre di una visione  precisa e ben definita della funzione critica; non occorrono evasioni, né voli pindarici o sentimentalismi di bassa lega; nessuna forzatura emotiva; è sulla parola che si deve lavorare, sui suoi nessi, sulle sue combinazioni, sulle figure stilistiche atte a dare effetto concreto alla visività del canto; al suo messaggio lirico o civile che sia. Non è raro nei suoi interventi il prevalere della cura alla forma piuttosto che al contenuto; e in questo caso al rispetto per l’originale, per la sua grammatica metrica, per gli intrecci delle rime; ma il risultato è sempre estremamente puntuale, personale, nuovo, e incisivo. Queste abilità si assemblano  quindi in un unico input metodologico: quello domenighiniano riconoscibile, da subito, per l’attenzione al testo da tradurre, al suo essere contenitore, corpo di emozioni immediate o decantate. E quando si parla di melodia, di eufonica andatura, di euritmica sonorità, si tratta di un ingrediente insostituibile del “poema”. L’uomo fin dagli albori della sua storia ha sentito questa esigenza; si è servito di legni, di pietre, o di ossa; li ha battuti fra loro o su altri corpi per concretizzare il ritmo che da sempre ha avuto dentro. La musica è nata con lui, col suo essere umano e ultra; ed è quel sentire che lo ha reso e lo rende animale inquieto con lo sguardo rivolto al cielo “le parole mostrano il loro legame con la musica... La parola nasce dal ritmo, come la musica. La poesia utilizza il ritmo in modo letterale e la filosofia, che non canta, si muove sulle tracce del ritmo e attraverso di esso vede. Vede il Ritorno. Vede l'Enigma" (Carlo Sini). Il nostro Autore ne conosce il valore; la portata sul verbo; e nelle sue opere lavora in base al  gioco di note che arricchiscono un pentagramma, rendendolo spartito da romanza operistica.  
Come afferma Cleope Comandulli: “… Luciano Domenighini interpreta in forma personale questo poema (Romances sans paroles, di Paul Verlaine), senza per questo sconvolgerne il contenuto essenziale. Egli procede alla comprensione profonda del testo, interrogandosi sull’opera poetica e riflettendo sui meccanismi linguistici…”.  E  quello che più convince del suo operato è la grande capacità di rinnovo. Sembra che abbia fatto covare in animo sentimenti e passioni che poi ha saputo visualizzare nei versi dei poeti prescelti. In poche povere Domenighini ri-fa un’opera di poesia; ri-crea; legge ma sa di trasferire il suo amore o la sua malinconia in versi nuovi, da lui forgiati ex abundantia cordis, da realtà vissute. Questa funzione di rinnovamento, di adattamento al suo mondo vicissitudinale, caratterizza l’impianto saggistico-poetico di tutta l’opera. Le traduzioni di Le jeune Parque e Le Cimetière  di Valéry; e di Les Romances sans paroles di Verlaine non sono altro che delle vere creazioni; dei veri stati d’animo che hanno urgente necessità di trasferirsi nel BELLO per farne il contenitore di una storia.


Ce toit tranquille, où marchent des colombes,
Entre les pins palpite, entre les tombes;
Midi le juste y compose de feux
La mer, la mer, toujours recommencée
O ricompense après une pensée
Q’un long renard sur le calme des dieux!


Questo tetto tranquillo in volo di colombe,
in mezzo ai pini batte, palpita tra le tombe;
e Mezzogiorno il giusto dissemina di vampe
il mare, il mare tutto, ognora rinascente
o ricompensa grande dopo d’aver pensato
un lungo steso sguardo sulla calma divina!


Nazario Pardini