domenica 25 gennaio 2015

N. PARDINI: LETTURA DI "HO PARLATO ALLE PAROLE" DI L. BUONAGUIDI


Luca Buonaguidi: HO PARLATO ALLE PAROLE. oèdipus edizioni. Solofra (AV). 2014. Pp. 72



Vorrei danzare
come una nuvola
per infrangermi nella tua luce
all’aurora coprirti
di onirico velo, crepuscolo,
infine baciarti
nell’abbandono notturno.

Questo è il canto di Luca Buonaguidi. Un canto i cui versi, di polisemica struttura, abbracciano ora con vigoria e dolcezza, ora con espansioni e rattenute, gli abbrivi di un’anima tutta volta alla verità per la strada della realtà. Un canto che racchiude nella sua eufonica sonorità  i ritmi della vita: l’amore, il dolore, l’inquietudine, il sogno, la fede, il volo. Sì, il volo verso ambiti surreali, anche, tali da poter trasferire  le nostre ambasce in sfere di edenica natura, dove poter danzare come una nuvola “per infrangersi nella tua luce”. Un dipanarsi poetico di verticale intimità, di autoptica analisi introspettiva, dove il Poeta è alla ricerca di se stesso, del suo mondo fatto di certezze, ma anche di tanti interrogativi di difficile soluzione:

 In un fosco bosco
ho seminato germogli di parole,
nebbia fra le gote,
un bacio che non è amore,
il passo d’un brivido breve,
una scintilla lieve,
ombra desta nella fitta aurora,
un nerogrigio di cui non so godere.

Un dire che, scorrendo sul filo di una sottile e arguta metaforicità, offre contaminazioni di polisemica significanza. E lo fa con un’architettura compositiva attenta e perspicace;  con valori semantici che si prolungano oltre il senso della comune morfosintassi per una simbiotica fusione di nessi fonosimbolici atti a scavalcare il dubbio verso un grido di luce:

Tutto è ora chiaro e puro
come nelle belle poesie,
coscienza d’un attimo
che già si perde nel cogliersi:
viola vertigine di perfezione,
scoglio che accoglie le onde,
nodi di pelle che formano nuvole.
Ecco la mia smisurata bestemmia.
Tu che entri irradiami
perché ora so riflettere la tua luce.

Un azzardo verso mete oltre, verso cieli che tanto sanno di azzurro. Quelli di un Poeta che conosce il valore della Poesia, che sa quanto l’armonia sia oltre il cammino, oltre a questo canto, oltre a questo fiore che spacca la roccia.

Sono poeta
e sollevo in aria
un cuore che saluta.
Ho capito che l’armonia
è oltre il giardino
e dentro il cammino
con un fantasma
che mi cammina accanto,
mio unico e possibile
atto di presenza,
oltre a questo canto,
oltre a questo fiore
che spacca la roccia (Oltre a questo canto).

Quanta spiritualità in questi versi, quanta pienezza ontologica, quanta ricchezza umana e sovrumana che assurge a cime sfolgoranti, a risposte con la tenerezza degli altari che dichiarano l’eterno. E lo fa con assonanze, allitterazioni, con nessi di iperbolica sonorità (e un sogno suono solca il suolo solo) per accentuare il significato con importanti significanti metrici:

Crespe creste del creato
e riverberi di segni
ricevono la visione primigenia
carezza d’una quiete piena
che s’affolla di domande.
Crescono poi le risposte
con la tenerezza degli altari
che dichiarano l’eterno
e un sogno suono
solca il suolo solo,
ci guardiamo i piedi mescolati
cogliendo la via senza nome
distanti
come mille soli esiliati
che danzano fantasmi
nuotando nell’aria (Again, to drift).

Un poetare vario e articolato, pregno di vita e di energia spirituale, di urgente ricerca del tutto, dove la novità del campo semantico-verbale aiuta il dispiegarsi dell’anima verso sponde che sanno tanto d’infinito; dove l’incertezza del futuro si aggrappa ai progetti del passato facendo di un iperbole  un dittico di grande resa poetica:

 Ho grandi progetti
per il mio passato.

E dove la natura assolve ad un compito polifonico e plurale nel ritrarre le impennate emotive (pioggia settembrina, l’estate, la cera della sera), in quadri in cui l’Autore riesce a definire il compito di un poeta con folgorazioni panico-intuitive:

Compito dei poeti
è infine cantare
l’avvenuta sventura del grano
che s’oppone al deserto,
il ritirarsi dei mari
scavalcati dalla terra negra,
il nascer spezzato del giorno
con la sventura del tatto.

C’è proprio tutto in questa plaquette. Tutto ciò che riguarda l’uomo ed il suo percorso terreno.  Il rapporto con il Supremo, la forza del memoriale, l’inquietudine del vivere, la ricerca del Bello,  la coscienza della precarietà del tempo e dello spazio, e la  convinzione che “il primo errore del mondo/ è credere che all’abisso/ si scenda; e non si ascenda” (Arthur Rimbaud). E sono la cultura, la frequentazione di un lessico medio-alto, quella di conoscenze storico-letterarie, che, oltre a non appesantire il dettato poetico, si fanno  substrato di un verseggiare nuovo, ricco di immagini rinate, dacché, rimaste nell’animo a decantare, fuoriescono sapide di vita.
Ma quello che emerge alla fine è soprattutto il grande amore per la Poesia: Epica del cuore, chiave per aprire le porte. Per questa antica arte alla quale il Poeta dà tutto se stesso, affidandole il compito di tramandare la sua storia; quella travagliata di un essere umano, di un essere che scopre i limiti del suo esistere:

Epica del mio cuore,
la poesia è la chiave
per aprire le porte,
(…)
Le parole sono la mia casa
e questi vuoti
lunghe camminate
che conducono al bosco sacro:
così mi dono alla macchia.
Come un baratro
abita in me la vita
che si disperde gioiosa
nella strada verso casa.
(…)
il mio spirito riscopre
d’essere niente.


 Nazario Pardini



BIO-BIBLIOGRAFIA

Luca Buonaguidi (Pistoia, 1987) ha pubblicato in poesia I giorni del vino e delle rose (2010, Fermenti), Ho parlato alle parole (2014, Oèdipus) ed è in uscita INDIA – complice il silenzio (Italic
Pequod), diario di un viaggio in solitaria e via terra di sei mesi tra Sri Lanka, India, Bhutan, Nepal e Tibet. In prosa ha pubblicato un racconto ne La sagra è vicina (2013, Beltempo) ed è in uscita la
biografia immaginale della storica band Franti col collettivo di scrittura Cani Bastardi Franti.
Perchè era lì – Antistorie da una band non classificata (Nautilus). Suoi testi o commenti ad essi si leggono su varie riviste di letteratura e poesia (Poesia, La poesia e lo spirito, La Recherche...) e raccoglie le sue scritture eterogenee sul suo blog anarco-autistico www.carusopascoski.com.
Scrive/ha scritto reportage, opinioni e approfondimenti di cultura e società nelle sue varie forme per Altracittà, Cani Bastardi, CineFatti, Comunità Provvisorie, i.OVO, Il Tirreno, Impatto Sonoro,
KonSequenz, L'EstroVerso, Mola Mola, Stordisco, Vai a quel paese! - Go face yourself e altre. I suoi reading vengono ospitati in tutta Italia e sonorizzati/accompagnati da musicisti come Elias Nardi,

Trucupas, Jacopo Salvatori, Chris Yan, Collective Nimel, Gianni De Angelis e collabora come autore di testi dei prossimi dischi di Girolamo De Simone, Maisie, Elephant. In corso d'opera si segnalano in particolare un saggio di psicologia del linguaggio poetico dal titolo Poesia e Psiche - L'enigma, la storia e l'incontro del mondo poetico con la psicologia che annovera vari interventi esterni d'autore; la biografia del cantante (ex Diaframma) e artista Miro Sassolini; l'opera multimediale Alphabet Series/Salvezza che cade col pittore belga Pol Bonduelle; un poema di cui custodisce gelosamente i contenuti e un nuovo libro di poesia. Laureato in Psicologia Clinica, già tutor per studenti disabili e operatore presso una comunità terapeutica, conduce seminari esperienziali sul carattere antropologico, espressivo e terapeutico della poesia e progetti di scrittura creativa con utenza caratterizzata da disabilità cognitiva e motoria. Vive oggi in un paese di una decina di anime sull'Appennino tosco-emiliano per riscoprire l'importanza di essere piccoli.




DA: "HO PARLATO ALLE PAROLE"



L’uomo alle porte

Le strade note son già state battute
non restan che sentieri di senso
e tacere certi della furia
evocando il respiro nuovo
infermo su un’informe finestra.
Saluto la Regina morente
e chiarità di velo che nasce
nel resto che dorme,
piccola luce che proietta
infine una grande ombra.




La dolente prua
                                                                                           - Ombra,
                                                                                             siedi -
Tutto ritorna nella casa che dorme
avvolta nel mantello del dubbio
percosso da gioia e dolore,
l’umano sentire.
Consonanze d’eterno
sigillano la visione
in un risuonar di docili quote
ora raggiunte, ora cadute.
Sono la dolente prua
che scivola sul mare
sono la coscienza della prua
che solleva onde bianche.
La nebbia del nostro naufragare,
battito d’ali che schiude le ciglia
della mia visione chiara e dolente:
non siamo niente.
Un elevarsi che cade
da spirto grigio per cui il grigio
evoca tutti i grigiori,
il grido lento delle stagioni.
Non esser niente,
doppia negazione che afferma
il lungo corso delle ore,
il giardino della disintegrazione.



Il Comando senza volto

Ogni passo perde
la sua forma abituale,
la scure abbatte
il respiro versato
ad altrui propizi
scogli, abissi.
Osservo il clamore lunare,
la processione che avanza
e mi specchio
nei sorrisi assenti
di un timido ubriaco.
Smarrite le chiare parole,
il gesto che unico
s’erge sui mori coni
allineati per far notte.
Fuggono avverse
supernova anonime
che esplodono senza
consone effusioni
di luce e rumore;
stelle, vi ho scambiate
per ignominia silente.
Chiudo le porte,
osservo le rotte
della luna e della notte.
Il petto poi risuona
questa caldae la soffia sul foglio.
Sale come un ritmo
la fiamma della visione:
non siamo solo carne
e a me piace ciò che brucia.
- L’incendio. Ci sarà. - estasi.




Requiem per ieri trascorsi

Un orologio a pendolo
trattiene il polso al tempo
che fugge circolare
e invade le vene
di giorni inesauditi
nella fitta matassa della vita
che freme e scorre fra le dita.
Sarò il bambino del sabato
che arriva dalla ferrovia,
sarò l’uomo nuovo
che invoca una via,
sarò l’oscura aurora
e il livido crepuscolo
e ancora altre parole
che non potrò trovare mai
con una penna in mano
mentre la pagina bianca
tende il fertile amo
a cui niveo bevvi
come latte di seni
d’una moltitudini di madri
che mi tesero carezze
certe nell’incerto,
profumate in un incenso
di nebbia e fuoco terso
perché per essere son sempre stato
e vivrò ieri domani.



Nuvole di fumo

Aspetto soffiando nel buio
le mie nuvole di fumo
in attesa di luce e rivoluzione
ma invoco solo due occhi
con una luce un poco più intensa,
io, che mi innamoro sempre
di chi è gentile
con me.
Appetito di fiori selvaggi
ed estasi notturne
vestite a festa
e dal nefasto alone
eppur mi muovo in un deserto
con oasi di equilibri
che si perdono
con l’illusione di ritrovarsi.
I gomiti che reggono
lo sguardo che scruta
la strada, la piazza
e non arriva nessuno;
la mente lontana,
le sigarette si accumulano
e le domande non si dissolvono
come nuvole di fumo.




Il Dio sorridente

La parola perfetta non esiste,
è l’etereo canto
dentro al silenzio notturno,
lo scoglio che contempla
l’assalto bianco della marea,
il Dio sorridente
richiamato dall’antica domanda:
Di tutto questo amore
qualcuno prende nota?
I poeti muoiono,
i musici invecchiano,
i filosofi incespicano,
l’alba ha il suo costante termine
e la sua costante rinascita
e questa mia notte del cuore
sarà eterna?
Vorrei danzare
come una nuvola
per infrangermi nella tua luce
all’aurora coprirti
di onirico velo, crepuscolo,
infine baciarti
nell’abbandono notturno.




Tu che entri, irradiami

Il cuore
geme, langue, grida
le verdi asprezze,
la mia deriva.
In un fosco bosco
ho seminato germogli di parole,
nebbia fra le gote,
un bacio che non è amore,
il passo d’un brivido breve,
una scintilla lieve,
ombra desta nella fitta aurora,
un nerogrigio di cui non so godere.
Poi la lieta stanchezza
sulla cima di un
picco inesplorato
e i cupi versi passati
ora passi d’una distanza percorsa:
sono io questo o chi?
La ricerca del vento
già muove l’aquilone.
Tutto è ora chiaro e puro
come nelle belle poesie,
coscienza d’un attimo
che già si perde nel cogliersi:
viola vertigine di perfezione,
scoglio che accoglie le onde, 
nodi di pelle che formano nuvole.
Ecco la mia smisurata bestemmia.
Tu che entri irradiami
perché ora so riflettere la tua luce.



Oltre a questo canto

Sono poeta
e sollevo in aria
un cuore che saluta.
Ho capito che l’armonia
è oltre il giardino
e dentro il cammino
con un fantasma
che mi cammina accanto,
mio unico e possibile
atto di presenza,
oltre a questo canto,
oltre a questo fiore
che spacca la roccia.




Pioggia settembrina

Pioggia settembrina
che chiudi l’estate;
sulla brace
si spengon le faville
dopo un ricco desinare.
Il mio tempo
insegue nuovi istanti
eppur sopito nei vent’anni
che lenti obliano lungo
la smarrita via
del perdersi per ritrovarsi,
la strada che porta
all’uomo, dal ragazzo.
Il bambino
ivi deposto dal feto
per viver sospeso
su questo ponte d’infinito
si sveglia solo nella stanzetta
rilucendo delle gote il pallore
d’un principio di candore
che si affaccia sulla vita
nella scura cera della sera.
Pioggia che s’alza e si quieta
d’un’inquietudine serena;
sorgi verso
dal mio cuore
ma abbracciarti non so.



Compito dei poeti

A volte credo di pensare:
se non avessi più niente da dire,
- niente -
potrei scrivere del niente che non dice?
Compito dei poeti
è sì osservare la candela
e attendere la rêverie,
ma compito dei poeti
è anche esser sentinella
del niente che ci forgia,
la falce non richiesta
nel buio che ci accade.
Compito dei poeti
è infine cantare
l’avvenuta sventura del grano
che s’oppone al deserto,
il ritirarsi dei mari
scavalcati dalla terra negra,
il nascer spezzato del giorno
con la sventura del tatto.
Percorro il fitto grano opaco
e riconosco il compito affidato:
ci vorrano parole di morte
e vomiteremo il cielo indigesto
e tutte le visioni
e sarà tutto infinitamente poetico  
perchè la morte
saltella sul verso
con gambe di cavalletta
ed assalta il grano in terrore
lo morde e lo depone
ronzando la Rovina
che arriva ed arriva
decisa a morire
a sua morte.



Arthur Rimbaud

Sogno versi
che non so scrivere,
sogno dimore
che non so abitare,
sogno le Splendenti Città,
Rimbaud, che non so raggiungere.
Tu sei
l’altissimo insulto
a ciò che è più basso di te
e il primo errore del mondo
è credere che all’abisso
si scenda; e non si ascenda.
Quale visione se non quella
del cielo rovesciato?



Poesia

La poesia
mi ha salvato la vita
e in quella estrema salvezza
il verso si è fatto carezza
poi turbine d’assenza
ora ragionevolezza d’estinta.
Poesia
è violenza-carezza-destrezza
del polso inchiostro
sul patibolo biancastro,
bestemmia d’un nuovo senso
che non aspetta l’evoluzione.
Demone-Dio,
poesia è ciò
che non sono io
e se pensata è già svanita
perché non si può parlare
di Dio con Dio.

Poesia
è un’erezione dell’anima,
animalità d’umano,
feroce distruzione d’ogni ismo
e una ferita d’eterno
nella sordità del cielo feto. 
La poesia
nasce sconfitta
le interessa la salita
non per dominare la vetta
ma per sentirsi sopraffatta
dalla cara visione intatta.
Poesia è testimonianza
della parola primordiale
e del silenzio
e del canto dentro il silenzio,
di ciò che io non so dire
ed eppur attendo.

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