giovedì 17 agosto 2017

BANDO "DONNA, DELICATA FORZA DI UN FIORE"

BANDO II CONCORSO letterario e di fotografia: 
“DONNA, DELICATA FORZA DI UN FIORE”


Scadenza iscrizione: 02 ottobre 2017
Organizzato da: ASSOCIAZIONE SABINE Via C. Sforza, 58 54038 MONTIGNOSO (MS)
Con la collaborazione del Caffè Artistico letterario Apuano
Spedizione elaborati
Concorso SABINE c/o c.p 177 ufficio postale centr. Forte dei Marmi c.a.p 55042
E-mail:
concorsosabine@libero.it
Cellulare: 338 6273467
Tema: Donna, delicata forza di un fiore
da quest'anno è possibile inviare le opere anche via e mail (in tal caso è sufficiente una copia dell'opera) unitamente a copia del pagamento e scheda di partecipazione a concorsosabine@libero.it
Per chi predilige la spedizione classica con cartaceo:
Sezione A Poesia in lingua italiana per adulti- spedizione per e mail o per posta regolare con cartaceo
Copie: 3+ 1 firmata sul retro recante dati anagrafici, indirizzo, e-mail
Lunghezza: max 40 versi
Opere ammesse edite o inedite fino a un massimo di 3 copie
Sezione B Poesia in lingua italiana per ragazzi fino ai 18 anni - spedizione per e mail o per posta regolare con cartaceo
Copie: 3 + 1 firmata sul retro recante dati anagrafici, indirizzo, e-mail con firma e consenso dei genitori
Lunghezza: max 40 versi
Opere ammesse: fino a un massimo di 2 copie
Sezione C -Racconti inediti per adulti– spedizione per e mail o per posta regolare con cartaceo
Copie: 3 + 1 firmata sul retro recante dati anagrafici, indirizzo, e-mail
Lunghezza: non oltre 5 cartelle (pagine word da 30 righe ciascuna)



Sezione D Fotografia – spedizione materiale esclusivamente per posta elettronica
– n. 3 fotografie (a colori o bianco e nero). Le fotografie dovranno essere in formato jpg, profilo colore RGB delle dimensioni max 2500 pixel nel lato maggiore e non superiore a 2 megabyte.
Non possono partecipare al concorso le immagini di sintesi realizzate esclusivamente con appositi programmi e modelli di computer grafica che non contengano almeno una componente fotografica.
Nel caso di immagini in sequenza deve essere anche indicato l’ordine numerico del file ( es. 1_mario_bianchi_paesagigo.jpeg)
Quote di partecipazione:
sez A) è prevista una quota di euro 10.00 per 1 poesia e euro 20,00 fino a 3 poesie.
sez B) è prevista una quota di euro 5,00 per 1 poesia e euro 10,00 per 2 poesie.
sez C) è prevista una quota di euro 15,00 si può inviare solo 1 racconto
Sez(D) è prevista una quota di euro 10,00 per 1 fotografia e euro 20,00 fino a 3 fotografie
E' possibile partecipare a più sezioni facendo un unico pagamento
Modalità di pagamento:
quota partecipazione in contanti o con bollettino postale c/c 1030095325
intestate a Associazione Sabine - causale “concorso sabine”
oppure
inviare mail con pagamento per scanner a concorsosabine@libero.it


Modalità di spedizione:
Concorso SABINE c/o c.p 177 ufficio postale centr. Forte dei Marmi c.a.p 55042
non si accettano raccomandate ma risponderemo tramite e mail o sms
Oppure
Spedire gli elaborati a mezzo e mail (in tal caso è sufficiente una copia) e allegare per scanner il bollettino di pagamento e la scheda di partecipazione a concorsosabine@libero.it


PREMI:
Adulti: Sez. A) Poesia in lingua italiana per adulti :
1° class. euro 300.00 + diploma e motivazione della Giuria
2° class. euro 200.00 + diploma e motivazione della Giuria
3° class. Week end in agriturismo (1 notte)
Ragazzi Sez. B): Poesia in lingua italiana per ragazzi fino ai 18 anni:
1° class. Cofanetto libri + targa giuria
2° class. Cofanetto libri e diploma con motivazione della Giuria
3° class. Medaglia e Diploma con motivazione Giuria
Adulti: Sez. C) Racconti inediti in lingua italiana per adulti :
1° class. euro 300.00 + diploma e motivazione della Giuria
2° class. euro 200.00 + diploma e motivazione della Giuria
3° class. Week end in agriturismo (1 notte)
Fotografia Sez. C)
1° class. euro 300.00 + diploma della Giuria
2° class. euro 200,00 +diploma della Giuria
3° class. libro di fotografia
  
Premio della Critica per la poesia adulti: opera scultorea
Premio della Critica per i racconti: opera pittorica
Premio della Critica per la fotografia: opera pittorica
Premio della Critica per i racconti: opera artistica
Menzioni d’onore e attestati di merito fino al 10 classificato saranno riconosciuti con diplomi e motivazione della Giuria
Premiazione:
02 dicembre 2017 , ore 15,00
presso Hotel Eden di Cinquale – Montignoso(MS

LA GIURIA:
Presidentessa: Angela Maria Fruzzetti, scrittrice, poetessa e giornalista.
I nomi dei giurati verranno comunicati al termine della scadenza invio elaborati
RISULTATI:
TUTTI I PARTECIPANTI VERRANNO AVVISATI DEL RICEVIMENTO DELLE OPERE VIA E MAIL
I VINCITORI DEI PRIMI 3 PREMI VERRANNO INFORMATI PER MEZZO E MAIL O TELEFONICO 15 GIORNI PRIMA DELLA PREMIAZIONE
PER CHI NECESSITA DI SOGGIORNARE suggeriamo l’hotel EDEN
Via Antonio Gramsci, 25 54030 Cinquale – Montignoso (MS) 0585 – 807676
specificando che fate parte del concorso indetto da Sabine

  

Scheda da compilare per partecipare al concorso
Nome…………………………
Cognome…………………….
Data di nascita……………..
Indirizzo residenza ……………………………….
Città………………………….
Mail………………………….
Contatti telefonici ………………………….
PARTECIPO PER
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CON LE OPERE ...........................
Informativa per la tutela della privacy (legge 675/96 Art.10) . I dati indicati saranno oggetto di trattamenti informatici o manuali esclusivamente nell’ambito delle nostre iniziative. Il trattamento verrà effettuato in modo da garantire la riservatezza e la sicurezza. I diritti dell’interessato sono quelli previsti dalla citata Legge.
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mercoledì 16 agosto 2017

GIUSEPPE PARINI: "LA VERGINE CUCCIA"



Un classico esempio di satira pariniana. Fino a qui (‘700), nella nostra letteratura, abbiamo avuto due tipi di satira: uno bonario di influenza oraziana e l'altro di indignatio d'influenza giovenaliana. Con il Parini inizia la satira di contrasto, quella che scaturisce da due scene messe a confronto, in contrapposizione: in questo caso fra due personaggi: la cagnolina vergine cuccia, “de le Grazie alunna,/ giovenilmente vezzeggiando, il piede/ villan del servo con gli eburnei denti/ segnò di lieve nota e questi audace/ col sacrilego piè lanciolla…” e il servo che si è permesso di reagire al dente eburneo dell'animale, e per questo licenziato: “… e il misero si giacque/con la squallida prole, e con la nuda/ consorte a lato su la via, spargendo /al passeggero inutili lamenti:/ e tu vergine cuccia idol placato /da le vittime umane isti superba.”. Altri esempi di grande creatività pariniana: Il risveglio del giovin signore, l’incipriatura… Tutto il libro (Il giorno) gioca su un dettato critico verso una società di cicisbei e fannulloni, antecedente la rivoluzione francese, che gozzovigliava a scapito di un  tiers état, sottomesso a ingiustizie macroscopiche.


La Vergine Cuccia
Il Giorno, il Meriggio, vv. 652-697
Tal ei parla, o signor: ma sorge in tanto
a quel pietoso favellar, da gli occhi
de la tua dama dolce lagrimetta,
pari a le stille tremule, brillanti,               
che a la nova stagion gemendo vanno
dai palmiti di Bacco, entro commossi
al tiepido spirar de le prim'aure
fecondatrici. Or le sovviene il giorno,
ahi fero giorno! allor che la sua bella    
vergine cuccia de le Grazie alunna,
giovenilmente vezzeggiando, il piede
villan del servo con gli eburnei denti
segnò di lieve nota: e questi audace
col sacrilego piè lanciolla: ed ella            
tre volte rotolò; tre volte scosse
lo scompigliato pelo, e da le vaghe
nari soffiò la polvere rodente:
indi i gemiti alzando: Aita, aita,
parea dicesse; e da le aurate volte        
a lei l'impietosita Eco rispose:
e dall'infime chiostre i mesti servi
asceser tutti; e da le somme stanze
le damigelle pallide, tremanti precipitâro. 
Accorse ognuno; il volto                      
fu d'essenze spruzzato a la tua dama:
ella rinvenne al fine. Ira e dolore
l'agitavano ancor; fulminei sguardi
gettò sul servo; e con languida voce
chiamò tre volte la sua cuccia: e questa
al sen le corse; in suo tenor vendetta
chieder sembrolle: e tu vendetta avesti
vergine cuccia de le Grazie alunna.
L'empio servo tremò; con gli occhi al suolo
udì la sua condanna. A lui non valse    
merito quadrilustre; a lui non valse
zelo d'arcani ufici. Ei nudo andonne
de le assise spogliato onde pur dianzi
era insigne a la plebe: e in van novello
signor sperò; ché le pietose dame        
inorridìro, e del misfatto atroce
odiâr l'autore. Il misero si giacque
con la squallida prole, e con la nuda
consorte a lato su la via, spargendo
al passeggero inutili lamenti:                   
e tu vergine cuccia idol placato
da le vittime umane isti superba.




lunedì 14 agosto 2017

N. PARDINI: "LA MIA CASA"

La mia casa

- Perché mi parli sempre di una casa
di due stanze con nell’ombra un po' in disparte
un focolaio a struggere un gran ciocco
pigramente; e di un tavolo nel centro,
smisurato, costruito con il legno            
di un ciliegio reciso; e della nonna  
a stendere la pasta al matterello                  
o a usare la ventaglia sul fornello
a carbone che spolverava cenere;          
e degli oggetti in rame; e lungamente
di quel paiolo adorno di faville
che s’immillavano in alto. Le volte
che mi hai parlato della vecchia casa
in cui abitavi, padre, saran mille. -
- Ma guarda che mia madre era tua nonna,
anche se mai l’hai vista! E quel camino
era meraviglioso coi suoi schiocchi.
Sembravano dei fuochi d’artificio.
- Sì. Me l’hai detto. - - Allora ti  racconto
dell’inverno mio amico. Penetrava
frusciando da fessure, s’inoltrava
nella stanza, poi andava alla finestra.
Alzava la tendina e in cuor gioiva
di vedersi l’autore, tutt’intorno,
di una campagna a stelle in filigrana
candida come il latte. Parlavamo.
Quante cose diceva. Poi tuo nonno... -
- Cosa faceva nonno? - - A tarda sera
andava con la torcia sulla neve.
Vedo ancora la scia. Io credevo
lo facesse per gioco. Quando vecchi,
si ritorna bambini. - - E invece? - - Udiva
gli schiamazzi di galline. Andava giù,
rumoreggiava intorno e le faine
prendevano la strada per i campi. -
- Le faine? - - Allora t’interessa
la mia casa. - - Sarei proprio curioso
di vederne le stanze, i campi bianchi
della neve notturna e i fiocchi lievi        
fruscianti sotto l’occhio di un inverno
che racconta le storie. E tu ci andavi     
nel candido cortile o per il prato
a sprofondare i piedi con tuo padre? -

 da Alla volta di Lèucade, Baroni Editore, Viareggio, 1999




UMBERTO SABA: "C'ERA, UN PO' IN OMBRA..."

C’era, un po’ in ombra, il focolaio; aveva
arnesi, intorno, di rame. Su quello
si chinava la madre col soffietto,
e uscivano faville.

C’era nel mezzo una tavola dove
versava antica donna le provviste.
Il mattarello vi allungava a tondo
la pasta molle.

C’era, dipinta in verde, una stia,
e la gallina in libertà raspava.
Due mastelli, là sopra, riflettevano,
colmi, gli oggetti.

C’era, mal visto nel luogo, un fanciullo.
Le sue speranze assieme alle faville
del focolaio si alzavano. Alcuna
guarda! è rimasta.


ANTONIO SPAGNUOLO: "IN MEMORIA DI ELENA"

XII

Inutile urlare il tuo nome contro le pareti.
Inutile urlare ed attendere:
non sei per me altro che l’eco
della mia voce, diventata roca,
delle mie lacrime sempre più cocenti,
del mio sguardo errabondo.
Anche la luce aveva un suono per noi,
ora è silenzio ove impazzisce il ricordo,
e il tempo ricompone memorie
roventi
mentre l’ombra si allontana.


(da In memoria di Elena)

N. PARDINI: "L'ERBALE SILENZIO"

L’erbale silenzio

L’erbale silenzio di vie che serpeggiano        
oblique tra i campi spinciona dall’anima
immagini antiche: figure di creta,
tarsie naturali scolpite su erme
da dita di sole e di pioggia.
                                     Gazzarre di passeri
                                     e voli di rondini
- radevano gemme nell’ora di maggio che verzica l’aria -         
rincorrono estati dai grani maturi,
dai giorni fruscianti di falci assolate.                   
La guazza di sera crepava l’arsura;
cappelli di paglia, canzoni d’amore;
le voci di donna mischiavano note ai gorgheggi di cince.
Ritorna il tuo canto se prendo la strada
che esplode le ferole. E se mi trattengo
ancora più dolce il profumo di spigo dell’abito rosa;
ancora due pietre di nera ametista 
i tuoi occhi di pece a svariare le stelle.
                           Non c’è - qui da me -
più stagione che effonda parvenze diverse;
si fa questo maggio di erbale silenzio un’estrema romanza
                               di brighe di marzo,
                                       di estivi sapori,
                                             di spoglie autunnali,
                                                  di schizzi nivali.





G. BARBERI SQUAROTTI: "I VECCHI"

I VECCHI

Giorgio Bàrberi Squarotti

E marciranno i pali delle viti
sotto il peso dei soli e delle piogge,
fioriranno le ortiche in mezzo ai peschi
trafitti dagli aghi delle vespe,
senza filo di verde perirà
il grano dentro il tufo, e l’erba medica
si perderà nel ferro delle spine,
quando anche tu abbia abbandonato
la casa dei tuoi vecchi e l’ala
delle campane sopra le colline,
per seguire i tuoi sette fratelli
in fabbrica a Torino,
e qui io sia rimasta con tuo padre,
soli,
con i miei segni di Croce  contro i fulmini
e le aride estati e i geli e le alluvioni,
e le sue inutili bestemmie.

1955
(da La voce roca)


Nuovo contrappunto anno XXVI n. 2 – Aprile – Giugno 2017

giovedì 10 agosto 2017

ADRIANA PEDICINI LEGGE "ODISSEO" DI UMBERTO CERIO

Breve riflessione sul poemetto Odisseo di Umberto Cerio.
 
Adriana Pedicini,
collaboratrice di Lèucade
Il Poeta, nel poemetto “Odisseo”, nell’incipit si fa portavoce della comune sorte che senza preavviso conclude la vicenda esistenziale di ciascuno. Ma prima che ciò avvenga, nel suo caso, gli tocchi almeno di vivere una vita odissiaca, vale a dire di essere protagonista di una somma di esperienze in bilico tra il sogno e il desiderio, tra il coraggio e la paura, tra le lusinghe e la fedeltà a se stesso. Quale novello Odisseo, appunto, di cui l’Autore cita i momenti salienti del decennale peregrinare.
Poi con un balzo temporale e uno scatto di sensibilità realistica, l’Autore crea una situazione poetica speculare alla precedente, sostituendo all’elemento mitologico  l’attualità, alle avventure strabilianti i fatti di cronaca noti a tutti,  riguardanti popoli in fuga da focolai di guerra, da povertà e situazioni di disagio diventati ormai connaturati ad essi al punto di aver perso il gusto e la prospettiva di vite altre. Si augura inoltre di proseguire sul cammino della conoscenza, di affrontare a viso aperto i problemi che affliggono l’umanità e di resistere alla fugacità del tempo. Ancora, capire i motivi di chi preferisce la morte alla vita sacrificando affetti, futuro e l’esistenza stessa, e in nome di chi o di che cosa, anziché compiere riti antichi sull’altare della vita. E poi ancora poter cantare l’Amore ed essere affascinato dalla conoscenza, dal mondo naturale in tutte le sue manifestazioni e infine essere ammaliato da una solitudine serena e consapevole.
Un desiderio che rimanda alla ricerca della felicità e alla conquista dell’armonia interiore che pian piano, dopo il racconto poetico della prima parte, emerge in una forma poetica più semplice e immediata, ma anche più originale e leggera, non appesantita cioè dagli apporti culturali disseminati abbondantemente in quella sezione.
Diventa per questo più credibile, absit iniuria verbis, proprio il segmento dove ad un improbabile novello Laerziade si sostituisce l’uomo comune, l’uomo di oggi e di sempre, un po’ abitante della caverna platonica, un po’ prigioniero del sottosuolo, come tocca anche al più principesco dei personaggi di Dostoevskij.
Un uomo alla perenne ricerca di risposte che la ragione non può dare.

Adriana Pedicini

 

ODISSEO


     Sono state così rade le albe vere
della mia vita  -e così lontane-
e tra le altre ebbre di gioia
un giorno sorgerà anche l’ultima,
sconosciuta e feroce, come ombra
         di donna che mai mi ha  amato.
Sarà un’alba di aprile o di giugno,
o di un tardo settembre,
quando il cuore errabondo
segue uno stormo di uccelli migrare.

     Ma prima ascoltare il canto
delle sirene come Odisseo,
che allontanava il ritorno
tante notti sperato, perché
non quello d’Itaca l’ultimo fosse,
e sognava infranta la soglia
delle lontane colonne di Ercole
nella tempesta frantumata dal Sole
nel fragore dell’urlo atteso
da sempre e mai ascoltato
dell’incontro del cielo e del mare.

     Eppure aveva pascolato greggi,
navigato a Troia, trucidato nemici,
ingannato uomini e dei di vendetta.
Aveva guidato al lungo ritorno
compagni fedeli ed increduli,
tra mostri e bagliori di vita,
tra tempeste e stupiti silenzi,
tornando da solo alla spiaggia di pietra.
Aveva amato e odiato il sale
bruciante del mare furioso
e l’urlo minaccioso del cielo,
guardato con sfida negli occhi la Morte
nei tramonti silenziosi e deserti.
Come l’ultima volta!

     Prima andare ad Eea,
perdersi nell’isola dell’alba
come Odisseo nel palazzo di Circe,
dove poi rassegnata la maga gli disse
di scendere vivo nell’Ade
e parlare con le ombre dei morti
perché sorgessero altre albe felici.

     Come Odisseo che da Calipso respinse
dell’eternità il filtro più dolce
per farsi da sé immortale
con l’avventura della vita e della morte.
E non ha per lui armonia
- che lo plachi e consoli -
la cava testuggine orfica
o la grande conchiglia all’orecchio
di fronte all’azzurro del mare
delle spiagge dorate di Ogigia.
    

     Prima, rapsodo dei drammi dell’oggi,
contare le guerre e sapere l’inedia
dei vinti d’Oriente e dell’Africa;
ascoltare l’eco disperata delle tempeste
         dei deserti e del mare;
conoscere le contrade della terra
e sapere le strade del mondo
e il corso delle comete
e del carro del Sole
e degli astri luminosi e lontani;
fingersi povero e stanco
ed avere un dono a saziare
la sete e la fame e speranze;
purificarsi del putrido sangue
dei nemici; sacrificare un capretto
all’invidia del tempo
e ingannare gli spiriti della notte.

     Prima lacerare il velo che copre
silenzi e immani martìri
e guardare nel sangue e nei nervi
di guerrieri votati alla morte
negli occhi di spose abbandonate
che non avranno più lampi.
Strappare pagine bianche di diari
perché più non si scrivano storie
d’ira e di morte che da secoli
infangano uomini e genti.
E accostarsi ai puri lavacri
e bruciare profumi ed incensi
a rinnovare antichi rituali
e sacrifici agli dei della vita.

    
         Prima cantare tutti gli inni
d’amore in un calice d’oro,
seguire il volo dello sparviero
in cerca della preda fuggente
sulle valli profonde di verde
o sulle pietraie, scoscese
come il tempo della vita.
Ed ancora, come Odisseo,
sognare tutti i sogni segreti
della conoscenza e delle memorie,
sentire il profumo della cicuta
e il fascino della falce tagliente,
la dolcezza della rosa d’inverno
e l’ebbrezza delle notti di luna,
vivere nei lunghi giorni di vuoto
- con lo sguardo all’orizzonte lontano  -
l’attesa lunga di un bianco gabbiano
e l’abbraccio solitario del mare!

    
Umberto Cerio

mercoledì 2 agosto 2017

MARIA GRAZIA FERRARIS: "IL SERCHIO POETICO DI N. PARDINI"

Maria Grazia Ferraris,
collaboratrice di Lèucade

Il SERCHIO poetico di N. Pardini.

Il Serchio pur essendo un fiume di tutto rispetto è certamente un fiume meno famoso del suo fratello Arno, ma non meno felice quanto a citazioni, poesia, dipinti, emozioni artistiche. .. Lo citava Dante, ricordandone la frescura, Ariosto nelle sue Satire, D’Annunzio, che nell’Alcyone ,
 alla ricerca della foce scrive:

“Il Serchio è  presso? Volgiti all'indizio./ Ecco la sabbia tra i ginepri rari, vergine d'orme come nei deserti./ Si nasconde la foce intra i canneti?
 La scopriremo forse all'improvviso?
Ci parrà  bella? No, non t'affrettare!
 …. Liberi siamo nella selva, ignudi
su i corsieri pieghevoli, in attesa/ che il dio ci sveli una bellezza eterna.
Non t'affrettare, poi che il cuore e ' colmo.”

E il Pascoli  in Odi e Inni, che appartengono al «periodo pisano» del poeta, e costituiscono l'espressione più tipica della sua «poesia civile», così lo canta  :

 “Te vidi, quando sceso, negli umili/tuoi giorni di magra, dal monte,
 parevi arrossire del ponte:
del ponte grande, tu sottil rivolo,/ roseo per una nuvola rosea,
cui chiesero, il giorno, le polle,/ che le ravvenasse, e non volle…
…la sera, o Serchio, mentre sul candido/ tuo greto fitte squittian le rondini,
dicevi: «Oh! in quest’afa d’estate/ le mie spumeggianti cascate!…
Vo mogio mogio: povero a povere/ genti discendo, piccolo a piccoli
poderi che sembrano aiuole,/ ma che ora inaspriscono al sole.”

Anche  il grande Ungaretti così lo  rievoca: “Questo è il Serchio/ Al quale hanno attinto/ Duemil’anni forse/ Di gente mia campagnola
 E mio padre e mia madre….”
Scriveva  Ungaretti rievocando i fiumi che hanno segnato la sua vita: …” Questa è la mia nostalgia Che in ognuno/ Mi traspare
 Ora ch’è notte/ Che la mia vita mi pare
Una corolla/Di tenebre”



Perfino il pittore incisore Giuseppe  Viviani, di non perduta e riconosciuta fama, che viveva tra  Bocca di Serchio e Boccadarno, terra  di pescatori e di venditori ambulanti, dove andava a caccia col suo immancabile fucile e i suoi amati cani, solitario e autodidatta, e negli anni  Cinquanta   si definiva  Il Principe di Boccadarno senza Corona, con sudditi ambulanti, e penna facile …. dedicava  alla sua terra, oltre gli incantati dipinti e le incisioni, le acqueforti, le litografie, i disegni e aveva dedicato anche frammenti lirici, dimostrando di possedere, tra le tante capacità artistiche, anche quella della parola poetica:

“Là dove placido trascorre il Serchio,/acque remote, brividi e luci, dell’Universo!
luoghi che ancora restano al mondo,/perché tristezza, almeno un angolo, abbia giocondo!
…Ventilar di canneti/garosi di star cheti/cheti, come quest’acqua/ che al ciel apre le braccia..
Ora una nuvola, ora quell’altra/ s’abbassan quasi, a toccar l’acqua,
poi, d’un balzo, pregne d’odori,/ portano al sole umidi umori.
Capanne vuote in su la foce, vedo/ ombra densa, di placido velluto nero
dalle finestre, che non han vetri,/ non vi dimorano dentro i poeti?”

Pure  lo scrittore Guglielmo Petroni, vincitore del premio Strega 1974, dedicava al fiume il suo romanzo La morte del fiume, non alla ricerca di un idillico tempo perduto, ma recuperando il passato e le sue esperienze, per farle diventare una conoscenza nuova, consapevole, e coglieva nel fiume e nel suo divenire la comprensione delle ragioni profonde dell’esistenza.

Il Serchio è il fiume di N. Pardini.

In una breve conversazione  Pasquale Balestriere, a commento della sua ultima poesia  “Nausicaa sul Serchio”, (pubblicata sul blog  Alla volta di Leucade di luglio),  gli contesta benevolmente e scherzosamente la dislocazione:Nausicaa sul Serchio no! A fatica lo concedo alla tua immaginazione (che del resto chiami in causa già dal primo verso), alla forza della tua fantasia poetica….”; …dice, rispondendo, Nazario Pardini:
… non volevo assolutamente defraudare Nausicaa delle sue ischitane origini, e poi al Serchio, fiume piccolo e di poco conto per i giochi della bella odisseica fanciulla. Il fatto sta che mi trovavo giorni fa sulla bocca del mio fiume, e stavo osservando le sue acque che si spengevano quietamente nel mare, e tutto attorno rovi e pinete. Una natura selvaggia e primitiva. “Quasi quasi la nobilito con una reminiscenza -anche se parecchio personalizzata- omerica" ho pensato. Ed in breve ho veduto Ulisse uscire affaticato dal mare, e la principessa con le ancelle giocare a palla sulle rive. "Perché non trasferire il tutto in poesia" mi sono detto. Ed ecco Nausicaa sulle rive del Serchio, fuori da ogni contesto culturale, che in questi casi ritengo piuttosto dannoso.

Ho sempre immaginato che alla foce del Serchio
nel punto in cui il mio fiume sfocia in mare
ci fossero fanciulle arzille e gaie
a stendere il bucato sopra i rovi
che si assiepano attorno. E che nel fosco
delle pinete zeppe di frescura
ci fossero, sepolti dalle foglie,
naufraghi a riposare nell’attesa
di essere destati dalle grida
delle stesse fanciulle intente al gioco.
In ogni luogo delle mie canzoni
ci sono Nausichee a ricordare
lo splendore degli anni. Il bello dell’amore.
Il fulgore del bello. …
E nel mio mondo fittizio …
Il fiume si disperde e quieto è il mare,
le cui onde carezzano le sponde
con dolce melodia. Da quell’acque
esce spossato Ulisse, naufragato,
spoglio di panni e salvo dagli affanni.
Si addormenta in disparte, ricoprendo
di foglie sparse il corpo affaticato….
… Fuggono le ancelle in qua e in là
stupite dalla insolita presenza
di un uomo logorato dai marosi.
Ma Nausicaa resta. A lei si volge,
rapito dal fulgore dei suoi occhi,
Ulisse sbigottito, frastornato:
“Sei donna o dea? Incantevole visione?...”
Per un nuovo sentir che la percorre
lei gli si scioglie, sorpresa  dalla vista
di un divino apparire, dalla grazia
di un fisico scolpito dai salmastri….

Una  sperimentazione ardua, interessante, di un “sincretismo poetico che mescola e fonda l’antico con il moderno in un’operazione mitopoietica  di recupero e di ri-creazione”.  Il nostro pensiero ha bisogno di questa pulsazione…
La mitopoiesi ("creazione del mito") è un genere narrativo nella letteratura moderna dove viene sintetizzata una mitologia fantastica dall'autore. Queste nuove mitologie, invece di emergere dopo secoli di tradizione orale sono create in un breve periodo di tempo da un singolo autore o da un piccolo gruppo di collaboratori.   E puntualizza del resto con grande consapevolezza N. Pardini:
 “ L’arte, categoria dello spirito antecedente alla funzione della ragione, si fa tale, se interviene con forza suasiva tutta l’esplosione dell’anima, tutto l’afflato del sentire, tutto il potere immaginifico, e il corale supporto dell’ambiente con le sue lune, le sue colline, il suo mare, le sue albe e la sua sera, con il vento che accende il mattino, o coi filari dove l’alba verserà quel suo fresco vino turchese  a nutrire una teoria filosofica.”
“Che cosa sia la poesia, poi, è certamente uno degli interrogativi più annosi della storia dell’uomo. La sola certezza comunque è che necessita, volenti o nolenti, di realtà individuali, di singole esperienze, di vicissitudini ed emozioni personali, per aprirsi dal memoriale all’immaginario, dalla vita al gran senso. Si fanno avanti il sogno, la fantasia, la realtà che non riescono comunque mai a liberarsi del tutto dal bagaglio del memoriale che ci portiamo dietro sempre più vago e nostalgico, vita scampata all’oblio e per questo degna di esistere. E quello che ci tormenta è proprio il pensiero del suo destino. Chi lo affida ad una fede religiosa, chi al puro sogno, chi ad una fede poetica, e chi, laicamente, ad un’isola quale potrebbe essere quella di Leucade, tentativo foscoliano come terapia al morbo del dubbio.”
Già N. Pardini si era cimentato con l’immagine poetica di rara bellezza del suo fiume, l’immagine della vita, cui si mescolano immagini visioni mitiche dal sapore onirico in una prospettiva di sogno:
Acqua che riflettesti i miei canneti…
ti perderai tra poco nel clangore/ dell’irruente mare…
... Non t’inganni/ il profumo allettante; presto vane/ saranno quelle immagini di sponde…
... Ed i tuoi panni/ scoloriranno in cuore al tanto vasto/ vorticare del nulla….

II lato preminentemente fantastico del poetare pardiniano è scandito con un’intensa sollecitazione della memoria, vi appare intensa  e ricercata l’espressività  lessicale che per sensibilità e stile prefigura il risultato compiutamente raggiunto, attraverso stilemi e sinergie di varia natura.

La forma, l’equilibrio, la misura, la partecipazione alla ragione morale di una poesia contemporanea, sono esplicitati,  nella metafora del fiume che scorre, anche  se  indica senza enfasi nella mancanza di quiete le carenze dell’uomo moderno, la sua incapacità a rendersi partecipe di quel mito, che resta ormai dimenticato, in disuso.

Maria Grazia Ferraris