martedì 12 dicembre 2017

ALFONSO ANGRISANI LEGGE "NON UCCIDERMI" DI MADDALENA LEALI

Maddalena Leali – Non Uccidermi. Note critiche

Leggere questa intensa raccolta di poesie giustifica la formulazione di una domanda generale, forse retorica: può il dolore essere infinito, non soltanto nella sua profondità, ma anche nelle sue sfaccettature?
Del dolore han trattato in tanti, in tante forme e, come per altri temi connaturati con la natura e dimensione esistenziale umana, la resa poetica in questo ambito è lungi dal conoscere la parola fine: queste liriche ne sono una ulteriore, apprezzabile declinazione e testimonianza.
Non uccidermi…l’esegesi può cominciare da questa sorprendente “richiesta” che, nel divenire dei versi, assume di volta in volta il valore di una invocazione, di un auspicio, di un atto persino d’amore verso chi, a volte anche inconsapevolmente, è causa di un pathos che può portare ad una morte dell’anima, prima ancora che del corpo.
Ed è, tuttavia, proprio da quel punto di partenza ed attraverso la lente multiforme del dolore che l’analisi poetica della Leali prende il volo verso dimensioni inaspettate, nuove: la Luce, che emerge da questa condizione di sofferenza. Possono, al riguardo, prendersi a prestito le parole di un grande cantore dei nostri temi “Ogni cosa ha una crepa, ed è attraverso essa che passa la luce” (L.Cohen).
Le crepe del dolore, e la Luce che da esso trapela, che si fa materia, colore, vento, sapore, a seconda dell’essere su cui insiste: può essere la “deità della stella morente” od i “colori dell’aurora” che “confondono laggiù / il limite della vita” (da “III – Presagio di bellezza”) o, rapsodicamente, il mare che “ascolta e scrive/ di sale/ le voci di tutti/le nenie di tutti confuse/ in un canto che è solo silenzio” (da “Voglio parlarti del mare”).
Non quindi, un dolore fine a sé stesso, ma mezzo per raggiungere mete più alte di verità e umanità.
Alcune note finali sullo stile: è un versificare scarno, diretto, che non mira all’elusione del senso ma in esso si cala, quello che caratterizza questa raccolta. E potremmo concludere osservando che questa scelta formale è un altro signum di quella luminosità che, per tante vie, pervade questa raccolta.

Alfonso Angrisani



TULLIO MARIANI: "SUMUS POETAE"

SUMUS POETAE!

"Lei, nel duemila, scrive ancora in metrica?"
Fa la ex bella ragazza acculturata
e troppo in carne. Si è certo formata
su qualche vasta antologia poetica
della pro-loco, ed io
proprio in quel loco la vorrei mandare
ma è l’occasione, ahimé, che lo impedisce:
la signora è dell’organizzazione.
Quindi praticherò l'educazione
d'esser falso e cortese. Ora arrossisce,
forse ha colto lo sguardo incuriosito
alle tette asimmetriche, magagne
certo del wonderbrà. Oh no, non tema,
ché il peccar mi è precluso! Lo proibisce
la troppa età – la sua
ma anche la mia, lo ammetto! –
Con fare leziosetto
alza il flute e bevicchia un breve sorso
del vino del buffet post-premiazione.
Fo un cenno di saluto. Non lo accetta,
passa all’azione, mi afferra ad un gomito
sorride astuta e riattacca il discorso.
“La metrica blablàbla è superata,
lo sanno tutti blàbla la poesia
è un prodotto dell’animo poetico
perciò, comunque sia,
ogni regola e limite la uccide.”
Manca solo che affermi, a conclusione:
“augh, ho detto!”
Poi ricomincia e ripete il concetto
per altre dieci volte od altre cento
sempre allo stesso modo,
senza un solo argomento. Di sicuro
chi gliel’ha detta non gliel’ha spiegata.
Che situazione ingrata! Par di avere
una gatta aggrappata ai testimoni
- intendevo i due cosi - con gli artigli
di tutte e quattro le fiere zampette.
Potrei, messo alle strette,
abboccare alla trappola e parlare
della poesia forma espressiva acustica,
non di significati, che comunica
piuttosto con i suoni, come musica.
La comunicazione, qual che sia,
ha regole e sintassi
e ricorsività, e gerarchia
ed organizzazione strutturata
dei simboli impiegati.
Chi lo nega è un balzano
che picchia a caso sui tasti di un piano
perché altro non sa
e per buona misura
per esser più sicuro
irride e sprezza la tonalità.
Potrei; ma servirebbe
citare il sacro detto:
“il risonar del dire oltre il concetto”?
Se anche capisse non mi ascolterebbe
continuerebbe a iosa
a blablablare gaia e appiccicosa
sulle cose che ignora
a raccontar beata
che anche lei scrive, è ovvio, poesie
è stata segnalata
a un concorso con tema il futurismo;
lo organizzava l’ente del turismo
di Porto Sant’Elpidio, lo conosco?
Ed un altro suo scritto
era tra i menzionati
a un altro premio, proprio a Recanati.
Validi risultati
che infine l’han convinta a pubblicare.
Certo dovrà pagare
ma rifarà le spese
vendendo il libro al chiosco del paese
e parenti ed amici
saranno ben felici di tenere
la sua opera prima
sincera, estemporanea
e libera e spontanea
senza metro né rima
sugli scaffali insieme ad un Faletti,
un Brown od un Baricco.
Concordo: chi è suo amico
quelli almeno, e non tutti, li avrà letti.
Mi volgo intorno a cercare soccorso
ricevo solo sguardi indifferenti
o sorrisi tra i denti. “Ti è toccato!”
Sembra dire un giurato, quello stesso
che ha letto prima la motivazione
del premio a me concesso. Non ho scampo,
non resta che subire.
Mi accorgerò al partire
che infine ha avuto un senso questo strazio.
Si parva licet comparare magnis
ora capisco meglio il buon Orazio.


MAURIZIO DONTE PRESENTA: "IL CANZONIERE"



SONETTO DAL TESTO

Sempre l'amore io lo cantai per gioco:
fredda fiamma che più non m'innamora;
mi basta l'arte, e il suo pensiero ancor[a,
a] far sì che spenga il suo ricordo un poco.

E fuggo l'onda che s'avanza, il fuoco:
e l'ombra sua non m'abbandona un'ora,
viene con me, padrona mia e signora;
tenero volto, alla memoria fioco

come un fantasma, privo di ragione
ormai, che dell'amore fugge il volo,
l'idëa stessa della sua passione.

Ed il passo pesante segna al suolo
l'orma di quanto in me si fa prigione
e m'accompagna mentre sono solo.


Maurizio Donte

EMANUELE ALOISI: "DIMMI CHE SEI TU"

Scrivere versi non fa di un uomo un poeta
non fa dei versi una poesia
se non c'è il grido della carne
dentro
e l'anima di chi non ha l'inchiostro.




Dimmi che sei tu

Dimmi che sei tu
a respirarmi sulla pelle
il vento che non fa rumore
la voce che non ha parole
la corda che non stringe
forte...
il cappio all’anima del tuo tormento.
Dimmi che sei tu
a consolare il giorno
la notte di una lampada stellata
il mare di una barca alla deriva
il tempo di un abisso senza fondo
il cielo di una nuvola smarrita.
Dimmi che sei tu
a conficcarmi nella carne
salsedini di chiodi e di germogli.


Emanuele Aloisi

ARMANDO SANTINATO E' TRA GLI ANGELI



Armando Santinato è tra gli angeli
 

 
 
  • Con commozione e dolore si comunica che il noto poeta torinese Armando Santinato,amico dei poeti e in particolare modo maestro dei giovani, è mancato, a seguito di un intervento chirurgico, tra l'assistenza dei sanitari, dei familiari e degli amici, il giorno lunedì 11 dicembre.  



lunedì 11 dicembre 2017

GIACOMO GIANNONE: "UN ANTENATO CREO' LA PISTA". SILLOGE QUINTA EX EQUO AL PREMIO IL PORTONE, PISA 2017


DAL TESTO

POESIA EPONIMA


UN ANTENATO CREO’ LA PISTA

La taiga silenziosa
infinita
e il treno  a correre

fioche luci
nelle vetture
muti i passeggeri

“All’origine del mondo
un antenato creò la pista”

La Siberia in treno
gulag su campi
di neve

“Ma dove ci conduce
questa vaporiera?”
si paventò allora

mentre sotto un livido biancore
scomparivano
i binari della ferrovia.

Lettore, l’antenato ha smarrito
la  via del ritorno
o l’uomo il giusto cammino?

RODOLFO LETTORE: "LINK DI LETTORATO DI POESIE"

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CLAUDIO FIORENTINI: "NUOVE DA CAPTALOONA"



Claudio Fiorentini,
collaboratore di Lèucade
Abbiamo intervistato, a Più libri più liberi, Dario Pontuale che ci ha parlato della sua ultima pubblicazione: La Roma di Pasolini. Da questo incontro siamo partiti per registrare la nostra puntata, in cui leggiamo poesie di Pasolini, Angelucci, Giordano e Pardini. Buon ascolto!







mercoledì 6 dicembre 2017

BUON NATALE AGLI AMICI DA LEUCADE





Amici cari, attorno riuniti
a questo sito zeppo di poesia
vi giungano gli auguri più sentiti
in tali giorni pieni di magia.                   

Lo so che i tempi sono assai turbati,
lo so che tanti figli allo sbaraglio
vivono inquieti perché disoccupati;
e lo so che sarebbe tanto meglio

parlare dei problemi che ci affliggono
e di quelli che toccano persone       
emarginate, depredate che assillano
ruberie e ingiustizie nell’agone               

di così tanti profitti. In questi tempi
pensiamo un po’ a costoro; e tutti noi
gridiamo le ingiustizie ed i malanni; e poi,
prendiamo un po’ dai padri i grandi esempi.

Quindi cercare pace ed  un abbraccio,
augurarci in questi giorni un buon Natale
(per quanto mi riguarda io lo faccio),
credo davvero che non faccia male;

ma che non valga solo per Natale
fare del bene e farlo in abbondanza,
toglierci di dosso l’arroganza,
ed apparire come un buon mortale.

Che sia per tutto l’anno questa festa
che sia per ogni giorno che ci resta.

Nazario


AUGURISSIMI DI BUONE FESTE A TUTTI  GLI AMICI E NON SOLO 

BUON NATALE


Il presepe
 

di salvatore Quasimodo

Natale. Guardo il presepe scolpito
dove sono i pastori appena giunti
alla povera stalla di Betlemme.
 
Anche i Re Magi nelle lunghe vesti
salutano il potente Re del mondo.
 
Pace nella finzione e nel silenzio
delle figure in legno ed ecco i vecchi
del villaggio e la stalla che risplende
e l'asinello di colore azzurro.



La stella di Natale 

di Boris Pasternak

Era pieno inverno.
Soffiava il vento nella steppa.
E aveva freddo il neonato nella grotta
nel pendio della collina.
L'alito del bue lo riscaldava.
Animali domestici
stavano nella grotta,
nella culla vagava un tiepido vapore...
E lì accanto, mai vista sino allora
più modesta di un lucignolo
alla finestrella d'un capanno,
traluceva una stella sulla
strada di Betlemme...



A Gesù bambino 

di Umberto Saba


La notte è scesa
e brilla la cometa
che ha segnato il cammino.
Sono davanti a Te, Santo Bambino!
Tu, Re dell’universo,
ci hai insegnato
che tutte le creature sono uguali,
che le distingue solo la bontà,
tesoro immenso,
dato al povero e al ricco.
Gesù, fa' ch'io sia buono,
che in cuore non abbia che dolcezza.
Fa' che il tuo dono
s'accresca in me ogni giorno
e intorno lo diffonda,
nel Tuo nome.


ALBERTO CHILOSI "MIGRANTI"



Alberto Chilosi
Alberto Chilosi

Alberto Chilosi, studioso specializzato nella comparazione dei sistemi economici, è stato docente prima di sviluppo economico e poi di politica economica all’Università di Pisa dal 1972 al 2012. Ha svolto i suoi studi post-universitari a Varsavia conseguendo nel 1972 un dottorato in Economia. Ha effettuato attività di ricerca presso l’Università di Cambridge e il St. Antony’s College di Oxford e trascorso un periodo di insegnamento in Africa, nella Repubblica Democratica del Congo. Ha pubblicato numerosi saggi relativi allo sviluppo economico, alla comparazione dei sistemi e all’economia del socialismo, molti dei quali possono essere scaricati dal suo sito: www.chilosi.it




M. GRAZIA FERRARIS: "IL GIARDINO", RACCONTO



Maria Grazia Ferraris,
collaboratrice di Lèucade

Il racconto è  stato premiato in Versilia (Ass. Le Sabine- SECONDA EDIZIONE DEL CONCORSO NAZIONALE LETTERARIO E DI FOTOGRAFIA "DONNA, DELICATA FORZA DI UN FIORE" )

I fiori come comunicazione: una conoscenza botanica di cui  l’Autrice si serve per decriptare un messaggio d’amore, o di fine rapporto, o di silenziosa uscita di scena. La Ferraris condisce il tutto con arguzia, rendendo piacevole e appetitoso il dipanarsi della storia. D’altronde non è la prima volta che ci imbattiamo col suo stile fecondo, acuto, generoso, e, in questo caso, umoristico-ironico, come la stessa Autrice lo definisce (… l'umorismo ironico del racconto..., io voglio solo sorridere, non prendermi troppo sul serio  e, se possibile, far sorridere con serenità chi mi legge).
       La narrazione va spigliata e acchiappante: varietà di sequenze, frasi brevi, intuizioni verbali di fattiva resa esplicativa. Un racconto che, per la sua sottigliezza  ironica, nascosta tra le righe, richiede  l’intelligenza creativa e il nerbo inventivo di una grande scrittrice; richiede un’esperienza, che maturata negli anni, dia frutti di personalissima fattura analitica nel cogliere i sottintesi dell’animo umano.  

Nazario Pardini


Il giardino

Ho messo in vendita il giardino. Nessuno può immaginare quanto sia stato doloroso. È tutto quello che mi è rimasto di una vita a due, costruita giorno per giorno.
La casa è già stata venduta da un pezzo. Giulio è partito con Nina per una delle sue esplorazioni botaniche nell’emisfero australe che gli frutteranno l’ennesimo articolo ed encomio sui giornali specializzati.
Il giardino è magnifico. Quando lo guardo e spingo lo sguardo su dove si perde nel bosco alle pendici della montagna, quello che Giulio chiamava “il giardino all’inglese”, tra la prospettiva variabile di  sfumare dei colori primaverili del biancospino, dei gialli della mimosa riparata presso la casa, della forsizia e delle ginestre, i gialli che tanto amo, i fiori dei meli, i rossi delle azalee, i bianchi lattei delle camelie… mi si rattrappisce il cuore. Uno spasimo che non so controllare. Non ancora. Per questo devo andarmene.
Non so più se lo odio o se lo amo. Quindi se mi amo o no. Mi sembra che l’acqua del ruscello, incanalata e domata dalla nostra fatica, pur mantenendo il suo aspetto apparentemente naturale,  canti una canzone ironica di rivalsa, …ma forse sta solo lamentandosi della sua perduta ed ora inutile libertà. Decideranno cosa farne i nuovi proprietari.

Quando ci conoscemmo e cominciammo a frequentarci con una certa regolarità che divenne presto attrazione reciproca, foriera di possibili interessanti sviluppi…, Giulio mi regalò un bellissimo mazzo di camelie: camelie bianche con venature rosa che facevano concorrenza alle rose.
Infatti disse subito:- Guardale, ammirale, sono frutto di un incrocio laboriosissimo, vi ho dedicato moltissimo tempo e amore. Certo niente a che vedere con le rose, che sono così banali!
Non preferirai le rose, vero? Magari rosse?..., sono così volgari!
La camelia è veramente adatta alla tua personalità!, - annunciò con decisione.
Amo le rose. Non mi sentii di contraddirlo. Non sapevo che questo era già il primo sintomo dei ricatti affettivi di cui ogni amore, anche quelli più generosi, è carico.
Io avevo sempre ammirato le rose, e ancor più le rose rosse dallo stelo lungo e dal bocciolo piccolo, vellutato, cremoso, misterioso, invitante ed ambiguo…, ma me ne guardai bene dal dirlo.
Ero affascinata dalla sua cultura, dalla sua originalità, dalle sue conoscenze botaniche…
Tutto sapeva sulle camelie, la loro origine orientale, in particolare sulla japonica originaria del Giappone, di cui mi aveva fatto omaggio.  Mi parlò dei suoi colori molto vari, dal bianco, al rosa, al rosso, con tutte le possibili varietà intermedie e dei  fiori bicolori, con striature, maculature, punteggiature, screziature varie come quella che mi aveva regalato…, delle sue foglie pastose, mi parlò della sua eleganza formale, della sua freschezza e della sua serena bellezza,  ne fece il panegirico come del fiore più adatto a incontri raffinati, dall’aspetto ricercato, ricordò la sua diffusione nell’Ottocento nei nostri bei giardini incantati sul lago Maggiore dal clima così mite… che si riprometteva avremmo visitato insieme.
Lo affascinava il fatto che in Oriente  era considerata un  simbolo, quello della Vita Stroncata, ma anche dell’eleganza e della raffinatezza, poiché  il fiore, appassendo, si distacca tutto intero dallo stelo invece di cadere petalo dopo petalo spampanato e irrimediabilmente vecchio, come quello della rosa, in apparenza così elegante.
Ero tutta silenziosa ammirazione.
La cena fu accompagnata dalla musica: io avevo scelto  Mozart, l’autore che preferisco, ma in omaggio alle camelie quella sera ascoltammo il divino Verdi, e la sua Signora delle Camelie, che lui amava particolarmente….
Tutto nuovo per me: un mondo da esplorare, da capire, da studiare…
Le camelie: erano davvero molto belle. Quando ci sposammo ne piantammo alcune arbusti nel giardino, nella parte bassa, vicino alla casa, in zona aperta con  un’esposizione semiombreggiata, con  temperature non eccessiva. Crescevano amorosamente assistite dalle cure di Giulio e avevano una  fioritura eccezionale. Giulio le osservava e  spiegava…

Era, all’inizio del nostro matrimonio, un giardino povero, sterile, appena abbozzato dietro la casa.
Il terreno saliva in leggero pendio ed inglobava il piccolo rivolo d’acqua che scendeva dalle verdi colline digradanti verso il lago. Terminava con betulle ed alberi di castagno. E un cielo azzurro attraversato da bioccoli di nubi bianche che mi sembravano cavalcate gioiose di uccelli fantastici.
 Era un grande angolo di libertà, un’oasi di solitudine e di intimità che ci isolava dal pubblico passeggio e dalle consuetudini di incontro paesano cui bisognava in un qualche modo obbedire nella vita quotidiana.
Lo eleggemmo come il nostro eden, il nostro paradiso privato che avremmo curato amorosamente fino a renderlo lo specchio dei nostri desideri e la proiezione dei nostri sogni.
Infatti vi dedicammo tutto il nostro tempo libero.  Io volli nell’angolo sud gli alberi da frutto: due meli, un ciliegio ed un albicocco…musica di colori e di dolcezze. Nella piena loro fioritura mi sentivo così felice che correvo ad ascoltare la musica di Rossini  ed i suoi preludi per sentirmi nella totalità e vitalità più completa e soddisfacente della mia vita.
Giulio accettò quella intrusione domestica-rusticana- utilitaristica  sorridendo con condiscendenza in omaggio alle mie qualità domestiche  di cuoca volenterosa. Godeva comunque di quella nostra frutta profumata e saporita, da buongustaio quale era.
Quello fu l’anno dell’esplorazione delle colline dei dintorni. Condivisi il suo insaziabile interesse botanico e divenni a mio modo un’esperta….culinaria.
Imparai tutto sulle ortiche, i cui germogli erano ottimi nei risotti o nei minestroni, ma che usavo  anche nelle frittate e nelle frittelle…. e non importava  se le mani mi si gonfiavano per i loro pungiglioni urticanti. Ero felice.
 Imparai a cucinare minestre favolose, asparagi selvatici, insalate primaverili di tarassaco…con frittate di fiori e petali, fritture e tenere rosette lessate e condite  delicatamente . Imparai perfino a fare una squisita  marmellata di fiori di tarassaco….
Giulio utilizzava le foglie delle ortiche per farne degli infusi di uso cosmetico da usare dopo lo shampoo dei capelli, affinché arrestassero, grazie alle notevoli quantità di  vitamina C, azoto e ferro- spiegava colto e  paziente- la caduta dei capelli…, che incominciava ad essere un suo problema..
Il  comune rosmarino che cresceva rigoglioso all’entrata della cucina Giulio volle diventasse, in omaggio al suo spirito ecologico, un naturale decotto disinfettante per la pulizia della cucina , lavello, vasca da bagno; mi spiegò l’origine latina, mi raccontò la leggenda del XIV° secolo della regina Isabella d'Ungheria, settantenne, rugosa e piena d'acciacchi, che ritrovò la salute e una seconda giovinezza, tanto da essere chiesta in sposa dal re di Polonia, grazie ad un'acqua che prende il suo nome.
La ricetta era semplicissima, come tutte le cose naturali ed efficaci: alcolaturo di rosmarino, lavanda e menta. -Peccato che non se ne conoscano le dosi!-, diceva ridendo a mo’ di conclusione,  e che  nel Medioevo veniva usato per scacciare spiriti maligni e streghe durante le pratiche esorcistiche!
Io rabbrividivo al pensiero.
Della menta mi raccontò con il suo impagabile umorismo che era il nome di Minta, bellissima ninfa partorita nel fiume infernale Cocito, affluente dell'Acheronte e che viveva nel regno infernale, amata da Ade…, ma Persefone, gelosa del marito, si dispiacque dell'unione e si infuriò quando Minta proferì contro di lei minacce spaventose e sottilmente allusive alle proprie arti erotiche. Persefone, sdegnata, la fece a pezzi: Ade le consentì di trasformarsi in erba profumata, la menta…
La usavo in cucina con la salvia che cresceva gigantesca al riparo del muricciolo e poteva essere impanata e cucinata come frittura con grande profitto.
 Ero tutta un sorriso, convertita alla natura ed al suo culto. Quasi dimentica di Mozart, era Vivaldi che ascoltavamo insieme nelle nostre scorribande botaniche…
Quell’estate incontrai dopo tanto tempo la mia amica Nina, di ritorno da Parigi, dove aveva vissuto qualche tempo. Era addolorata e stanca, reduce da una separazione dal marito, depressa e triste. La invitai da noi fino a quando  le fosse possibile trovare una nuova sistemazione.
Nina aveva il “pollice verde”, e mai un incontro fu così ben accetto da Giulio.
Si divertivano insieme a lavorare in giardino, a modificare e studiare il terreno, l’esposizione delle piante al sole, l’umidità necessaria alla loro sopravvivenza, a incrociare semi e a creare talee…Una grande amicizia collaborativa, da esperti botanici.
Per il mio compleanno quell’anno mi regalarono una pianta di edera, rigogliosa, dalle grandi foglie verdi e dalle piccole radici aeree, che Giulio fece arrampicare dal giardino verso la parete della nostra camera da letto e che doveva dare, a suo parere, ottime  ombre e ristoro ai nostri sonni. Ed inoltre…. utilità: l'infuso di una manciata di foglie in circa due litri d'acqua, - mi spiegò paziente  e assennato- può essere usato dopo lo shampoo come trattamento per rendere i capelli più scuri e lucidi.
 -Ne avevamo bisogno entrambi- disse sicuro.
- Inoltre, -spiegò come al solito sorridendo, … - per la sua caratteristica di attaccarsi saldamente ai punti di appoggio, l’edera è il simbolo dell’amicizia, della fedeltà e dell’amore eterno…
Io mi ricordai anche che l’edera è una pianta velenosa e parassita, che  si attacca al tronco degli altri alberi, e li soffoca…Non mi parve un buon augurio…, ma tacqui.
Quello fu per me l’estate di Chopin e dei suoi notturni melanconici.
Il tempo passava. Nina si era sistemata in un piccolo appartamento- senza giardino- vicino alla nostra casa. Continuava a lavorare con sommo profitto e soddisfazione nel nostro giardino.
Per il nuovo compleanno questa volta Giulio mi regalò un grande cactus,  una specie di Opuntia, dal fusto succulento, grande e colonnare, spinoso.
-Sono piante inusuali,  ma facilmente adattate ad ambienti aridi e caldi, in Italia sanno crescere anche spontaneamente- , spiegò, come sempre, e venne sistemate nell’angolo più soleggiato arido e riparato del giardino, dopo gli opportuni studi sulla composizione del terreno e sua modificazione, diligentemente aiutato da Nina.
Non espressi le mie perplessità, ma quel regalo mi sembrava, nonostante il loro entusiasmo, ben poco romantico. Il suo aspetto vagamente aggressivo  poi non riusciva a tranquillizzarmi. Sembrava una caricatura di una grassa donna senza attrattive…
Nina partì per la Versilia. Doveva sistemare i documenti, le ultime pratiche per il divorzio, oramai definitivo. Era inquieta e depressa, temeva trappole dall’ex marito…. Giulio decise di accompagnarla per assisterla. Mi sembrò ingeneroso  oppormi, mi sembrò di fare un torto all’amicizia e a Giulio. E forse anche a me stessa.
Inquieta, vigile come in attesa, ancora una volta  tacqui.
Tornarono felici della pratica opportunamente conclusa e decisero di festeggiare la ritrovata libertà di Nina. Per tutta la sera si sentì in casa la musica di Ravel, che Giulio non aveva mai amato. L’aveva sempre trovata eccessiva, troppo immediata , esibita, e un po’ volgare. Ma a Nina piaceva.
Anche questa volta mi portarono un regalo: questa volta era una drosera.
 L’avevano avuta  proprio in Versilia, a Massaciuccoli, dove cresce ben acclimatata nelle acque del lago, nell’ ambiente estremo delle torbiere e in suolo  con una bassissima concentrazione di sostanze nutritive, spiegò ancora una volta il sapiente Giulio.
Ricreò l’ambiente adatto in giardino,  in un’ansa paludosa del ruscelletto incanalato che scendeva dalle nostre colline e la sistemò con profitto e giubilo.
A sua modo era bella: alta circa venti  cm, con foglie obovate e con un lungo picciolo, disposte a rosetta, dotate di lunghi tentacoli con peli porporini che secernono gocciole di un liquido vischioso, nel quale restano intrappolati piccoli insetti. Era aprile e fioriva di piccoli fiori bianchi. I tentacoli si ripiegavano sulla preda dopo la cattura. Mi inquietava.
Io la guardavo, attirata e allucinata. Mi sembrava un messaggio, non sapevo ancora decifrarlo.
Aspettavo il mio prossimo compleanno.
Infatti arrivò l’ultimo regalo: un aconito elegantissimo dai bellissimi fiori blu, a forma di elmo. Il blu è il mio colore preferito. L’aconito è davvero un fiore bellissimo.
Mi pareva fosse però una pianta velenosa. Ne avevo sentito parlare a proposito di frecce dardi e giavellotti avvelenati in epoca omerica e dalle mie letture latine di Plinio.
Qualche volta anche le competenze letterarie aiutano.
Questa volta non aspettai le spiegazioni scientifiche botaniche di Giulio.
Lessi nell’enciclopedia: ” …L'ingestione accidentale di Aconito provoca numerosi disturbi anche gravi: senso di angoscia, perdita di sensibilità, rallentamento della respirazione, indebolimento cardiaco, sensazione che la pelle del viso si ritiri, ronzio alle orecchie, disturbi della vista, contrazione della gola che può provocare la morte per asfissia. Sono sufficienti quantità di aconitina anche inferiori a 6 mg per causare la morte di un uomo adulto.
Sono stati segnalati fenomeni irritativi locali (con principio di intossicamento) solo tenendo un mazzo di questa pianta nelle mani in quanto attraverso la pelle possono essere assorbiti i principi attivi velenosi della aconitina….”
Edera, cactus, drosera, aconito… Avevo finalmente capito. Il messaggio era arrivato.
Attesi Giulio tranquilla, con la musica di Mozart che si diffondeva serena nel soggiorno. Come se fosse una sera qualsiasi. Valzer di Mozart. I miei preferiti.
Gli restituii i bellissimi fiori blu che danno sonnolenza, convenni con lui che la sonnolenza di un rapporto amoroso può produrre pensieri sconsiderati.
Non gradivo l’aconito, così come non avevo gradito la drosera e l’opuntia. Non gradivo più la convivenza. Né le sue perfette spiegazioni botaniche.
 E gli ricordai, piccola, inutile  e insignificante precisazione ormai, che  del resto ho sempre preferito le rose: quelle rosse, dal gambo lungo, così ovvie, così banali, che muoiono di vecchiaia, spampanandosi lentamente, come natura vuole.
Alzai il volume della musica per non sentirlo uscire.