venerdì 20 ottobre 2017

N. PARDINI LEGGE "E LA POESIA DISSE..." DI F. CASUSCELLI


 
         Francesco Casuscelli,
collaboratore di Lèucade
      Una vera dichiarazione poetica questa di Francesco. Una metapoesia dove l’autore si abbandona ad una ispirazione densa di vita, di anima, e di luce, che parla attraverso le contaminazioni paniche, gli assalti di onde e di gabbiani per dare consistenza ad una voce volta a concretizzare la valenza del poièin; è qui il poeta, in questi sussulti di amore e di fede, in questi slanci verso orizzonti illimitati, “senza mai incontrare confini”. E’ la poesia che parla, che si fa persona, corpo, anima; è essa che si rivolge al cielo, al vento, ai fiori, per dire che esiste nella luce, in un istante per inseguire il tempo; quel tempo che ci rende umani, vincolati ai suoi parametri, caduchi, precari e da cui il poeta cerca di svincolarsi affidandosi agli azzardi del poema; alle vertigini che vanno oltre l’immenso. E si rivolge al mare, alle onde, all’alba, al tramonto, all’aurora, alla montagna, al deserto, al silenzio… Si rivolge a tutte quelle immagini che gli sono vicine, che sente amiche, e le chiama, le invoca, chiede loro aiuto per dare corpo e consistenza al suo richiamo. E infine si rivolge  ai poeti quasi con intenzione parenetica, esortativa per dire loro che la sua anima è disseminata negli angoli più nascosti delle periferie, o nei campi dove si sparge il concime, e da cui esala aria onesta e pregna di buone tradizioni, sane e incontaminate. E’ da lì che il poeta trarrà la forza per cantare:


     piuttosto che negli oggetti,
    nel ciarpame mediatico
    o sui marmi lucidi, dove giace arido
    il culto del vanitoso alloro

La forma chiara, illuminata da un animo ispirato, si dipana in uno spartito di sinfonica andatura.

 Nazario Pardini



E la poesia disse...

E la poesia disse al cielo, al vento e ai fiori
    esisto nella luce, nei colori e in
    un istante per inseguire il tempo;

disse al mare, alle onde e ai gabbiani
    esisto negli atomi che volano
    dall’alba al tramonto fino all’aurora
    senza mai incontrare confini;

disse alla montagna, al deserto e alla polvere
    esisto nel rumore e nel silenzio
    che riempie il vuoto dell’umanità;

disse alle città, alle campagne e alle strade
    esisto nella follia che nutre la fame
    dell’esistenza nell’eco della verità;

disse ai sogni e alle stelle
    esisto nel passato e nel futuro,
    ed è la miopia del presente
    che non sa riconoscermi.

Parlò al cuore della gente e disse
    esisto affinché il tempo abbia memoria.

La poesia parlò infine ai poeti e disse
    esisto più nelle periferie,
    e nei campi ove si sparge il letame,
    piuttosto che negli oggetti,
    nel ciarpame mediatico
    o sui marmi lucidi, dove giace arido
    il culto del vanitoso alloro

giovedì 19 ottobre 2017

PAOLO BASSANI: "LA PORTA DEGLI ANGELI"


DUE PAROLE AL LETTORE

            Sono parecchi anni che conosco  “Alla volta di Lèucade”, il noto ed apprezzato  blog letterario creato e diretto dal Prof. Nazario Pardini.
            Anch’io, come tanti amici della scrittura, ho un debito di riconoscenza  verso questo strumento, perché mi ha dato l’opportunità di conoscere gli scritti di tanti autorevoli autori e, allo stesso tempo, mi ha invogliato a realizzare e divulgare anche varie mie modeste composizioni che, altrimenti, sarebbero rimaste relegate nella mente o in qualche cassetto.
            Ebbene, recentemente, risfogliando quelle pagine pubblicate (dal 2013 ad oggi), m’è venuta l’idea di fare una scelta e raccoglierle in un  libretto, per lasciarne traccia anche in Biblioteca.
Naturalmente, appena avrò il volume sarò lieto di inviargliene copia.


Paolo Bassani




LA PORTA DEGLI ANGELI




Paolo Bassani,
collaboratore di Lèucade

Rino Mordacci — decano degli scultori spezzini — che ha adornato con la sua arte tante chiese spezzine e di Lunigiana, lega il suo nome anche alla Chiesa di S. Michele Arcangelo in Bottagna. Sue sono infatti le porte lignee; un’opera significativa che resterà nel tempo a testimoniare la devozione di una Comunità e l’espressione più genuina e profonda di un artista.
In una mia intervista Mordacci manifestò la sua gioia per questo lavoro, che gli  diede l’opportunità di una mistica ‘‘rivisi­tazione” a temi a lui particolaremnte cari. Io raccolsi i suoi pensieri e attraverso essi sono riuscito a entrare pienamente nel suo percorso artistico.
Nessuno meglio dell’autore può indirizzare ad una giusta lettura della sua opera; anche se l’arte di Mordacci ha un linguaggio semplice, imme­diato, incisivo, come ogni vera opera d’arte che subito si fa riconoscere da tutti: dall’esperto e dalla persona comune.
La Porta degli Angeli” si compone di quattro grandi formelle principa­li, contornate da simboli cari alla tradizione cristiana. In alto 1’“Annun­ciazione”: l’Arcangelo Gabriele si china dinanzi a Maria porgendole un giglio. E nel volto della Vergine — serena, gli occhi chiusi — si specchia l’abbandono d’un’anima che si offre completamente ai disegni di Dio. In basso l’Arcangelo Michele che impugna la spada, unitamente a un giglio. Qui la simbologia di Mordacci si riconduce alle pagine più miste­riose della Bibbia: a San Michele Arcangelo, principe delle milizie celesti e vincitore degli angeli ribellatisi a Dio. La spada, quasi in metamorfosi con il giglio, per Mordacci non è più arma, strumento di offesa, ma acquista un significato trascendentale: la scelta e la vittoria del bene sul male; della luce sulle tenebre. “Nessuna oscurità resiste alla potenza della luce”. E accanto, l’ideale compimento della Salvezza: la Madonna col Bambino, inizio di una speranza che nel simbolo dell’acqua annunzia una vita nuova all’uomo che nasce e che rinasce.
E quasi a compimento della Porta degli Angeli si uniscono idealmente le due grandi formelle lignee che adornano la porta della sacrestia. In es­se Mordacci ha illustrato ed esaltato l’Eucarestia: il divino Sacrificio che, nelle sembianze del pane e del vino, rinnova ogni giorno il mistero della Salvezza. E accanto, l’artista ha posto il grano e la vite quasi a ricordare che il pane e il vino ne sono il vero frutto. Non è allora difficile cogliere nella similitudine il compimento della Vita. Così gli Angeli, che si china­no in adorazione innanzi all’Eucarestia — e qui Mordacci ha impresso nel volto delle figure tutta l’intensità dell’estasi — aprono le porte del cuore alla Luce.

Paolo Bassani










mercoledì 18 ottobre 2017

P. BALESTRIERE E N. PARDINI SU "IO, ORFEO..." DI U. CERIO

PASQUALE BALESTRIERE LEGGE
IO, ORFEO -NEL LABIRINTO-
DI UMBERTO CERIO
Pasquale Balestriere,
collaboratore di Lèucade


Ho letto più volte e con emozione questo intensissimo poemetto, permeato di sofferta partecipazione e connotato da accenti di profonda verità. Questo è un viaggio, mi son detto. Un viaggio particolare però, anche per l’assenza di notazioni spazio-temporali, che dice -letteralmente- una descensio ad inferos,  un cupo precipitare nell’ignoto, un perdersi irrefrenabile e irrevocabile; gelido, doloroso.
Perché i lettori intendano questo testo poetico nella sua pienezza e bellezza, va detto che esso trae origine da una situazione di grande difficoltà e pericolo che ha segnato la vita del poeta Umberto Cerio: un delicato intervento chirurgico, cui si fa cenno, in modo allusivo, in varie parti della poesia, che lo ha tenuto per lunghe ore “fuori” della vita  e che poi ha impegnato il Nostro in un’accanita resistenza, in una fiera lotta per la ripresa e per la sopravvivenza.
Tornando a questi versi che situano nel mito i loro protagonisti, deve essere immediatamente rilevata l’ambivalenza semantica della figura di Euridice, che è senz’altro -e in primo luogo- “una” donna o, se si vuole, “la” donna, intesa come compagna necessaria e insostituibile di tutta la vita; ma Euridice è anche -e  soprattutto- la vita stessa con la sua dote di speranza, di grazia e di bellezza. Per questo, per recuperare cioè questa dimensione vitale, il poeta, novello Orfeo, compie il suo viaggio in un aldilà cupo, estraneo, “maledetto”. Riuscirà a ritrovare la sua Euridice? Al lettore la scoperta.
Quanto a me, essendomi dilungato già troppo in una presentazione che dovrebbe essere breve per natura, aggiungo solo che sono rimasto davvero impressionato da questo testo poetico forte, sincero, talvolta icasticamente allusivo, in cui la vita si intreccia solidamente con il mito e con la poesia; che dice anche la non-vita; ma dove infine canta un cuore felicemente rinato.


Pasquale Balestriere


 UMBERTO CERIO
IO, ORFEO  - NEL LABIRINTO -
Di Nazario Pardini



Le mie foto
Nazario Pardini,
collaboratore di Lèucade


E inseguivo Euridice,
che ombra tra le ombre, si perdeva
fino a sparire in una nebbia ostile.
I miei passi, -e la flebile certezza-
sempre più arresi a vana speranza,                                                          
seppero vicino il precipizio
e l’angoscia della caduta
nell’improvviso spazio
del vuoto  ignoto della coscienza.

Umberto Cerio si presenta sull’isola con un nuovo poemetto strettamente legato ad una sua vicissitudine personale: un intervento a cuore aperto. Un viaggio, quindi, un odeporico intento, un nostos in cui il poeta va alla ricerca di sé, della luce, della vita in un momento di assenza dell’organo degli organi: di quello che tiene i nostri abbrivi emotivi, le nostre vertigini esistenziali, i nostri azzardi oltre la ragione, oltre l’omologazione tesa ad azzerare quella spiritualità che ci fa umani, soggetti a cadere nel regno degli inferi, nel regno buio delle tenebre, fra le rocce che squarciano la carne:

Ma io precipito, cado nel vuoto
nero, sbattendo sulle dure rocce.
Sanguina il mio corpo, sanguina
il mio cuore e lascia lunghe le tracce
del suo dolore oscuro
e il petto mi si squarcia, dilaniato
dalle lame feroci delle rocce.

Un vuoto fra la vita e la morte, in cui l’anima tiene sempre impresso il volto dei giorni felici:

Dove sono le stelle
e gli occhi della mia donna in amore
dopo il fragore del crollo
che improvviso portò buio e silenzio?

Un metaforico allungo pieno di significanza ontologica. Ma nel viaggio c’è un’isola in cui approdiamo prima del porto finale; quella del rifornimento, del rimessaggio, quella di un bilancio momentaneo, dell’aggiornamento della carta nautica; è lì che facciamo il punto della situazione: riflettiamo, ripeschiamo le memorie, riviviamo i rischi e le difficoltà incontrati fino ad allora, e aspiriamo, sì aspiriamo a raggiungere la meta; ci organizziamo, rinvigorendo le forze; cercando energie nuove nascoste dentro di noi per la risalita; per il canto di un nuovo Orfeo:

Pietra dopo pietra e ombra dopo
ombra cerco la luce.
So che il mio canto tonerà
a smuovere macigni
a scuotere gli alberi dei boschi
a rendere mansueti gli animali
a placare gli uomini selvaggi.
Il canto mi renderà Euridice
e ci riporterà al Sole
e questa cava testuggine
che sempre offre suoni così dolci
renderà più bello il mio canto
quando risplenderà a me vicina.

Si fanno vive, corpose, e tracimanti le memorie; il loro serbatoio contiene le immagini di un lungo cammino:

Le notti passate col fremito
della mia dolce Euridice?

 Ed è così che focalizziamo il punto d’arrivo; la meta dettata da una mente rinvigorita, trovatasi sola senza il compagno della vita. È qui, durante le quattro ore in cui il poeta si sfronta  con la morte, quando tutto è in mano di coloro che in camice bianco giocano sul suo esistere, proprio in questa fase, si conferma la natura poetica del nostro; si fa più potente, più visiva; i personaggi intervengono con più virulenza; appaiono più significanti nel loro ruolo:

Era vero ciò che il mio canto
otteneva, oppure era inganno
di Persefone il turbamento
e lo sguardo incredulo di Ade
per noi che tornavamo alla luce
e alla vita del mondo superno?

Ecco la mitopoietica; quella che fa del mito la rielaborazione della vita personale; la contestualizzazione di una realtà a volte crudele, a volte feconda. Tutto si fa simbolo, estremamente dialettico e plurale, poeticamente affabulante. L’amore ideale sembra vincere su thanatos; si incarna in Euridice, sogno, vita, luce, rinascita; la navigazione vede il faro dell’isola agognata. Il viaggio si completa. Appare la sagoma della foce; si torna al reale. Il risveglio è il sublime. Una voce: “Tutto bene”. E accanto la moglie che, come la luce del vero, del bene, e del sacro, forse piangente e tesa per i rischi corsi dal suo navigante, l'abbraccia risalito ai lampi del giorno: 

Euridice era lì. Io tornavo.
Alla forza del fremito di vita
che impazzito tempestava la linfa
che aspettava il tumulto vitale,
l’esplosione improvvisa della luce.
E il sangue di nuovo
premeva nelle vene e nel cuore.
Scomparvero le nottole urlando.
Tornarono i frutti della terra.

 Nazario Pardini


IO, ORFEO  - NEL LABIRINTO –
Umberto Cerio,
collaboratore di Lèucade


E inseguivo Euridice,
che ombra tra le ombre, si perdeva
fino a sparire in una nebbia ostile.
I miei passi, -e la flebile certezza-
sempre più arresi a vana speranza,         seppero vicino il precipizio
e l’angoscia della caduta
nell’improvviso spazio
del vuoto  ignoto della coscienza.
Non c’era più la luna
e il manto delle stelle
e i noti sentieri
né il sole i fiumi e le montagne
né la cetra del  canto mio di luce.
Conobbi altre certezze
-atroce cateratta di straniero
fiume turbinoso in piena-
senza speranza di catarsi,
ormai smarrito nel labirinto
oscuro del corpo e dell’anima.

Questo gelido vento
che l’anima in vortice divora
e il corpo fiacca e frantuma,
le ombre dei morti inchioda alle rocce
-e tremano degli Inferi gli abissi-
dove vuole portare anima e corpo
che sprofondano in buio atroce?
E’ questo dell’impassibile Ade
del Tartaro il regno
dove si addensano ombre famose
e anonime di  morti?
E sono io Orfeo che cerca
Euridice ritrovata e perduta?
E perché Caronte mi nega
il secondo passaggio?
E dov’è la mia Euridice
e dov’è tutta la mia vita.
I ricordi scavalcano il fiato
del lamento dei morti e volano
con la mia caduta lunga, feroce,
e perdono la luce della vita.
Quali sorrisi lievi mi donavi,
mia dolce Euridice,
quale bellezza del tuo corpo
donavi ai miei nervi tesi
e la fragranza dolce
dell’abbraccio al tuo respiro.
E i tuoi occhi profondi come il mare
che già altro gorgo preannunziavano
se a sera le braccia mi tendevi.
Maledetto del serpe il morso
e Aristeo che ti ha inseguita
nell’erba alta della morte.

Ma io precipito, cado nel vuoto
nero, sbattendo sulle dure rocce.
Sanguina il mio corpo, sanguina
il mio cuore e lascia lunghe le tracce
del suo dolore oscuro
e il petto mi si squarcia, dilaniato
dalle lame feroci delle rocce.
Questo vento gelido, furibondo
straniero e malvagio
continua a trascinarmi tra scogli aguzzi
che ancora, ancora mi tagliano il petto
e il cuore senza più sangue
nel buio sempre più tetro e amaro.
Oh la vita con la mia Euridice!
vissuta nei giorni del Sole
nelle notti delle tede e la luce
sui nostri occhi e sui volti
dall’amore fatti divini.
Quale fiamma scaldava i nostri corpi
o mia fragile, mia dolce Euridice!
-la tua chioma ed il corpo fragrante-.

Cado, cado! E precipito nel buio
profondo, maledetto
tra spuntoni delle rocce sporgenti
-acre lacerarsi di nervi e carne-
-dolore al cuore trasmesso e alla mente-
che son divenuti memoria
appena svegliato dal nulla
di una notte solitaria
ove ricomincia vita precaria
che incompiuta speranza si aspetta
dai detriti della vita passata.
Ma dove sono le stelle impazzite?
Le notti passate col fremito
della mia dolce Euridice?
Dove sono i Mani che si pieghino
al mio desiderio di riavere
Euridice alla vita del Sole?
Era vero ciò che il mio canto
otteneva, oppure era inganno
di Persefone il turbamento
e lo sguardo incredulo di Ade
per noi che tornavamo alla luce
e alla vita del mondo superno?
Poi il tuono e lo schianto,
un baleno più forte dell’Averno
ogni cosa travolse
e scomparve Euridice e la strada.
Il buio lungo fu il tutto,
e nero precipizio fu lo sbalzo
che stavamo salendo,
precipizio che ancora mi percuote
mentre cerco la mia Euridice.

Dove sono le stelle
e gli occhi della mia donna in amore
dopo il fragore del crollo
che improvviso portò buio e silenzio?
Il mio canto più non ha senso,
più non commuove le fiere selvagge,
non fa più tremare le rocce
e gli alberi delle foreste.
Restano lame di pietre taglienti
che strappano la mia carne
e tagliano le mie ossa.
Sono questi gli Inferi
dove cercavo la mia donna,
dove si consuma l’involontario
martirio e la vita di Orfeo?
Le ombre che vedo nel buio
sono davvero le ombre dei morti,
o vaneggia la mia mente?

Ma ecco, la tempesta si arresta,
si arresta infine la caduta,
ma più non c’è cielo sole o stelle.
Resta la memoria di ogni frammento
del tempo e dello spazio
e torna il gioco della memoria,
l’altalena dell’attesa insonne,
la ricerca di ombre conosciute.
Si placa lo scempio delle mie membra
e l’inconscio dolore.
Ricomincia il respiro: quanto tempo
è passato, che cosa è accaduto
al mio corpo, quali ferite?

E quel che noi cercammo
il primo barlume ci diede,
un po’ cieco un po’ luce su abissi
discesi atrocemente in precipizio:
la difficile strada del ritorno
senza la dolce mia Euridice.
Ed io, martoriato Orfeo,
comincio a risalire i dirupi
e le stanze orrende ed informi
delle ombre stupite,
incredule della mia risalita,
così, così i supplicati Mani,
così Persefone addolorata
mentre stranita il volto nasconde,
così l’incredulo Ade, in guisa
di mortale, si pone ad ascoltare.
Pietra dopo pietra e ombra dopo
ombra cerco la luce.
So che il mio canto tonerà
a smuovere macigni
a scuotere gli alberi dei boschi
a rendere mansueti gli animali
a placare gli uomini selvaggi.
Il canto mi renderà Euridice
e ci riporterà al Sole
e questa cava testuggine
che sempre offre suoni così dolci
renderà più bello il mio canto
quando risplenderà a me vicina.

Canterò la mia donna
lungo le rive del freddo Strimone,
tra l’erba alta dei serpenti,
i templi sconosciuti degli Dei
minori per uccidere Aristeo.
E pregherò i Mani e Persefone
dal tenero cuore pietoso
-e l’acre, ostile, oscuro Caronte-
perché viva a me la diano ancora.
E la cercherò tra costellazioni
segrete, più lontane dalla terra,
dagli spazi bui e sconfinati.
Tra l’una e l’altra riva del freddo
Strimone chiamerò la mia dolce
Euridice. Griderò “Euridice!....
Euridice”! e forse risponderanno
per lei le due sponde del fiume
e mi diranno il non luogo
dove ancora cercarla.

Ma era stata un’esplosione
primordiale con un rombo infinito,
con la sua luce informe e violenta
e il tuono irrefrenabile del buio
che sprofonda nel nostro universo.
Non c’è la distesa del cielo
di quando in volo inseguivo i gabbiani
e gli aironi leggeri
sul canto azzurro del mare,
quel mare dall’arenile selvaggio
silenzioso e solitario
che ogni volta mi affascinava
e mi stregava con l’onda leggera
di una danza sconosciuta e segreta,
mare che aveva profumo d’estate
e della nostra giovinezza,
che infrangeva tempo di clessidra
e spazio di aria di terra e di luce,
quando i sogni avevano colori
di speranze e di sicuro futuro.
Nelle notti serene
noi leggevamo nelle nubi bianche
e nei bagliori della luna
il fremito della tua tenerezza.
Ed ora tutti i crolli
-crollata anche l’illusione-
hanno distrutto la via del ritorno.
Da qui non si torna indietro nel tempo
e non si torna alla luce del Sole,
agli spazi gioiosi della terra.
Si deve cercare uscita certa
nella bigia incertezza dell’oltre
-tra le siepi di pietre aguzze
e taglienti- dall’esito incerto-.
Devo ancora vedere altre ombre
nelle nicchie oscure e nascoste
delle rocce  fredde e nodose.
Ombre di grandi eroi
e di anonimi grigi guerrieri.
Sono negli Inferi strani e dubbiosi:
le ombre dal colore della morte
dal dolore delle ferite
ma senza il sentore del sangue.

Dove sei mia dolce Euridice?
Tu mi hai portato il vento,
le tempeste del buio della notte.
Tu mi hai portato il Sole
e la luce del meriggio infuocato
e i lenti canti dell’aia
al sapore dei frutti succosi
al crepitio del grano
che fragile cedeva alla falce
impietosa tagliente e dolorosa.
Tu mi hai portato le primavere
e i pomiferi autunni
tra le stoppie chinate alla terra
delle timide allodole al canto.
Eri alla luce alle soglie del Sole, 
al di là del sogno e della morte
e lenta rinveniva la coscienza:
con me già respirava Euridice,
-la tenera cercata Euridice-
tra la mestizia di ombre senza vita.

D’improvviso dal buio della notte
fu il giorno. Si svegliarono
e tremarono gli alberi e le rocce
e piansero di gioia le Driadi.
Euridice era lì. Io tornavo.
Alla forza del fremito di vita
che impazzito tempestava la linfa
che aspettava il tumulto vitale,
l’esplosione improvvisa della luce.
E il sangue di nuovo
premeva nelle vene e nel cuore.
Scomparvero le nottole urlando.
Tornarono i frutti della terra.


Umberto Cerio