lunedì 29 maggio 2017

33° EDIZIONE PREMIO NAZIONALE DI POESIA "CESARE ORSINI"



Paolo Bassani,
collaboratore di Lèucade









ASSESSORATO ALLA CULTURA
BIBLIOTECA CIVICA “C. ARZELA’”


33° EDIZIONE
 PREMIO NAZIONALE
      DI POESIA

“CESARE ORSINI”



Santo Stefano di Magra

Loc. Ponzano Superiore
La Spezia

17 Settembre 2017
Ore 18.00
__________________________________________


L’Amministrazione Comunale di Santo Stefano di Magra e la Biblioteca CivicaCesare Arzelà” promuovono la 33° Edizione del Premio Nazionale di Poesia “Cesare Orsini” in lingua italiana.


1.   Possono concorrere, per invito o accettazione, poeti italiani e stranieri con un massimo di tre liriche inedite. Ogni lirica non dovrà superare i 50 versi.

2.   E’ prevista una sezione ragazzi per composizioni poetiche o racconti di singoli o di gruppi, riservata agli studenti a) Scuole Elementari; b) Scuole Medie Inferiori; c) Scuole Medie Superiori.

3. PREMI
1° Classificato            Euro 350,00
2° Classificato            Euro 250,00
3° Classificato            Euro 150,00


Sezione ragazzi
1° - 2° - 3° Classificato.
Non verranno assegnati premi in denaro.

4.     GIURIA
I nomi della giuria verranno resi noti al momento della premiazione.

5.    La premiazione avverrà il 17 Settembre nel corso di una manifestazione popolare che si svolgerà in Piazza Colonna a Ponzano Superiore alla presenza di autorità politiche e della cultura


6. Le liriche, di cui una sola recherà in calce nome, cognome, indirizzo dell’autore, dovranno pervenire nel numero di 6 copie, dattiloscritte o fotoriprodotte, in plichi raccomandati alla Segreteria del Premio “Cesare Orsini” Tel. 0187/699041 o 0187/697175 entro e non oltre il 19/08/2017 al

Palazzo Comunale,
Piazza della Pace
19037 Santo Stefano di Magra (SP)


7.        Notizie sulla manifestazione saranno pubblicate sui quotidiani, settimanali e riviste specializzate

8.        Tutti i lavori, premiati e non premiati non saranno restituiti, mentre la partecipazione al concorso implica l’accettazione del presente regolamento

9.        A manifestazione avvenuta, come per le edizioni precedenti, la direzione del premio esaminerà la possibilità di pubblicare le liriche con un volume dedicato al Premio.


10.      I premiati dovranno ritirare quanto loro assegnato il giorno stesso della manifestazione (di persona o per delega)



DONATELLA ZANELLO PRESENTA: "PASSIFLORA"


N. PARDINI: LETTURA DI "GRIDO D'ALLARME" DI PAOLO BUZZACCONI


Un realismo lirico di memoria capassiana: la descrizione poetica di una scena avvincente e conturbante da cui nasce spontaneo un raffronto con la nostra razza. Qui si lotta per la vita; qui l’amore è faccia a faccia con la sorte per la luce e il respiro di un essere disposto a morire per  i suoi piccoli. Questa è la natura.
E si sa che la natura non guarda in faccia a nessuno sia nel bene che nel male.

Che poi, scusate,
ma cosa pensano di ottenere
con il loro inoffensivo
“Chiù! Chiù! Chiù!” ?
Fermare il destino?

Molte volte essa sembra scatenare catastrofi e noi stessi la giustifichiamo addebitandone la colpa alla  nostra mancanza di rispetto. Ma quante volte assistiamo a scene raccapriccianti da chiudere gli occhi di fronte a felini che addentano creature più deboli tipo i cerbiatti senza scampo. O a aquile che piombano addosso ad animali indifesi aggredendoli coi loro artigli. Questa è la natura. Ma ciò non toglie che non ci dobbiamo emozionare di fronte ad una scena come quella descritta da Buzzacconi: versi sentiti e ispirati; affidati ad un dire segmentato e convulso come lo è la scena a cui assiste. In tal caso siamo disposti a dare la  vita, anche se paragonandola a quella umana, ci si accorge che in quest’ultima vengono commessi dei crimini ai quali non arriverebbe nessun animale; pur considerando che un leone, vista la distrazione della femmina nei suoi confronti perché presa dai piccoli, è disposto ad ucciderli. La natura sembra a volte eccessiva sia  nel bene che nel male.   
E questo è l’insegnamento che ci ha dato e che ne deriva? Quando sentiamo o vediamo giorno dopo giorno morire ragazzi abbandonati,  dimenticati su macchine al sole killer, o peggio ancora uccisi da madri o da padri per immotivati e quanto mai barbarici comportamenti. Qui il poeta con acume interpretativo, con forza  verbale, e con ritmi consoni alla tragedia, offre tutta la sua energica creatività raffigurandola in uno squarcio di vita naturistica. Un quadro che mette in luce la sensibilità dell’autore, che nel primo mattino, assiste da esterno all’azione famelica del felino. E’ il destino? Sembra che questa volta sia andate bene per i piccoli del nido. Ma sarà sempre così?

Benedetto nido!
E benedetta anche la gatta!
Maledetti solo l’egoismo
e lo stupido orgoglio
che ci impediscono
di difendere
 il nostro tesoro

Questa la chiusura della poesia: un riferimento a dei comportamenti  (egoismo e orgoglio) non rari nella società in cui viviamo. Sicuro che si potrebbero ben controllare, dato che siamo umani, e in quanto tali dotati di ragione. Ammesso che l’istinto sia cosa solamente animalesca. Ed è questa la differenza che dovrebbe passare: siamo noi ragionevoli? umanamente disponibili? intellettivamente dotati? o pretendiamo che lo siano le bestie, quando sappiamo che agiscono solo d’istinto?
Una poesia energica, meditativa, contemplativa, estesa su un pentagramma di note che si fanno musica per delle vere vibrazioni. Ma, ciò che conta è che da questa conflittualità perenne tra eros e thanatos ne esca vincente la vita: sì, la vita universale, quella continua dei fiori, dei colli, degli esseri, del creato, ad onta di ogni egoismo e di ogni orgoglio.

Nazario Pardini



Grido d’allarme

Chiù! Chiù! Chiù! Chiù! Chiù! Chiù! Chiù! Chiù! Chiù! Chiù!

Maledetti uccelli!
Maledetto nido!
E maledetta gatta,
che con fare sornione
finge di sonnecchiare
proprio lì, sotto il loro tesoro.
Ma che ore sono?
Le cinque e un quarto!

Chiù! Chiù! Chiù! Chiù! Chiù! Chiù! Chiù! Chiù! Chiù! Chiù!

Che poi, scusate,
ma cosa pensano di ottenere
con il loro inoffensivo
“Chiù! Chiù! Chiù!” ?
Fermare il destino?
Sembrare più forti?
Cercare aiuto?
E dove? E da chi?

Chiù! Chiù! Chiù! Chiù! Chiù! Chiù! Chiù! Chiù! Chiù! Chiù!

Accidenti, ma che ore sono?
Le sette meno un quarto.
Sto per impazzire.
Un’ora e mezza di grido d’allarme
ININTERROTTO!
Quand’ecco, all’improvviso, il silenzio.
Il pericolo è svanito.
Con lui, anche il sonno…

Cip!...... Cip!....... Cip!....... Cip!

Benedetti uccellini!
Benedetto nido!
E benedetta anche la gatta!
Maledetti solo l’egoismo
e lo stupido orgoglio
che ci impediscono
di difendere
il nostro tesoro.

Paolo Buzzacconi

PIO CIUFFARELLA: RELAZIONE SU "RIBALTAMENTI" DI FRANCO CAMPEGIANI"


Franco Campegiani,
collaboratore di Lèucade


Proloco di Ciampino
Nell’ambito della rassegna culturale
“Colloqui sulla Contemporaneità”
curata da Natale Sciara
Presso il cinema Piccolissimo, in Ciampino, Via Ariosto, 2
Martedì 16 maggio 2017 ore 17:00
Presentazione del saggio filosofico <Ribaltamenti>
di Franco Campegiani
David and Matthaus Editore


«Se Dio non c’è, tutto è possibile». Quest’affermazione sintetizza l’atteggiamento etico nichilista di Ivan Karamazov, nel dialogo che egli ha col fratello Alesha che introduce a “Il grande Inquisitore”, dal famoso romanzo<I Fratelli Karamazov>di Feodor Dostoevskij.
L’assenza del divino, è un argomento che ci riguarda tutti giacché quotidianamente sperimentiamo sulla nostra pelle, nella nostra anima, le conseguenze di tale distacco. L’uscita di scena del sacro dalla vita dell’uomo, ma io direi, l’occultamento volontario della spiritualità, operato dalla stessa ragione dietro l’azione del convenzionalismo e dell’omologazione, è giustappunto uno dei temi focali di <RIBALTAMENTI>, il nuovo saggio filosofico di Franco Campegiani, che questa sera ho l’onore di proporre e di commentare insieme con voi.
Quest’opera di pensiero, di grande originalità, nasce prima di tutto dalla necessità dell'autore di realizzare se stesso attraverso un dialogo interiore mai interrotto, ostinato direi, costantemente proteso alla ricerca della propria autenticità, del <sé> immateriale, di quel quid primigenio,incontaminato dai convenzionalismi, libero dalle sovrastrutture sociali e culturali. Un impegno non da poco. Entrare in contatto, seppur fugacemente, con il proprio alter ego ci consente di attingere alle fonti della saggezza arcana,là dove operano le leggi dell’equilibrio, in altre parole quei principi immateriali impressi in ogni individuo, come in ogni essere vivente, sia esso animale o vegetale, - e riconoscerli finanche nella materia inanimata - ci offre la possibilità di dissetarci alle sorgive acque della salute fisica e mentale e ci permette di avere ogni giorno quella carica positiva necessaria per affrontare le avversità del quotidiano vivere. Ma riconoscere in se stessi la presenza di principi universali – la famosa “scintilla divina” - non basta: bisogna applicarle le regole, è necessario conformarsi a quelle leggi se vogliamo conseguire in noi quel cambiamento che vorremmo vedere anche intorno a noi. Infatti, qualsiasi pensiero per quanto illuminato e persuasivo, se non è seguito da un’azione corrispondente, un comportamento coerente, resta nel migliore dei casi un puro esercizio intellettualistico, dell’ottima ginnastica mentale, utile a superare blocchi psicologici, smarrimenti momentanei della ragione, ma è necessario rimanere costantemente vigili, con i piedi ben piantati in terra, se non vogliamo cadere preda di velleitari vagheggiamenti. Non è certo il caso di Campegiani, che per essere in linea con le proprie convinzioni, ha operato nella vita scelte non facili, come per esempio negli anni settanta – quando la maggior parte dei giovani come lui abbandonava il lavoro dei campi per quello d’ufficio – egli contravvenendo ai consigli paterni, e non soltanto a quelli, rinunciò al “posto sicuro” in banca per andare a fare il viticoltore.A distanza di anni, almeno noi fruitori, possiamo affermare con convinzione, che mai decisione fu più ispirata, vista la bontà dei prodotti, sia dell'aratro, sia della penna. Potremmo anche dire che l’intero operare di Campegiani, trovi ispirazione nello spirito divino, oltre che nel puntuale e prezioso apporto della consorte Sig.ra Paola e di Mario Silvestrini, suo compagno di avventure nella coscienza arcana. Perdonate la divagazione, una libertà che mi sono permesso forte dell'amicizia che mi lega all'autore, alla sua famiglia e a Mario Silvestrini. Ma torniamo subito al testo. Dunque, la prima cosa che ci può colpire di <Ribaltamenti>, intendo dell'oggetto libro, è che si presenta come un volumetto, snello, quasi tascabile, esteriormente simile a tanti, ma appena se ne inizia la lettura sorprende la densità dei contenuti, il rigore argomentativo, spesso mitigato da una rara grazia espositiva, che si avvale dell'immagine poetica, della metafora, dell'ossimoro. Sono 170 pagine fitte di riflessioni e suggestioni, raccolte lungo il corso di anni di costante esercizio, quasi un compendio del pensiero dell'umanità, dalla notte dei tempi ai giorni nostri. Emerge il continuo confrontarsi di Campegiani con se stesso e con l’evoluzione, o involuzione, del pensiero più rappresentativo. Dell’epoca storica, del concetto filosofico, o del particolare argomento di volta in volta trattati (analizzati con uno sguardo asciutto e neutrale) l’autore ha la capacità di ricrearne un modello oserei dire “tangibile”; cioè riesce a rappresentarci il pensiero “visivamente”,come un areogramma, o un diagramma, servendosi di concetti accessibili al pubblico più vasto. Questo è il frutto di una pratica costante volta alla conoscenza – autoconoscenza - e di una grande capacità comunicativa maturata con il tempo. Con questo non voglio dire che la lettura di <Ribaltementi> sia paragonabile a quella di un racconto, con tutto il rispetto che merita il genere letterario, questo testo è comunque un saggio filosofico, che richiede un minimo di attenzione, di concentrazione, alcuni passaggi vanno letti più volte, ciononostante non esige, a mio avviso, particolari prerequisiti: è sufficiente la curiosità letteraria e “amare la comunicazione fine a sestessa”, come scrive l’autore nell'esergo che anticipa la prefazione al testo. Soffermandoci attentamente su alcune pagine, si riesce a distinguere una specie di tracciato, mentre leggiamo all’improvviso compare una filigrana, la mappatura di un territorio attraverso il quale il lettore è libero di scegliere il percorso tematico maggiormente in linea con i propri interessi, siano essi di natura sociologica, o antropologica, piuttosto che storica o filosofica. Altra caratteristica di questo testo è che non richiede necessariamente una lettura consequenziale, procedendo come si fa generalmente dalla prima all’ultima pagina. Si può aprire il libro anche a caso, e leggere senza avvertire disorientamenti o mancanze d’appoggio: ci si trova sempre nel pieno di avventurose speculazioni. Insomma, siamo di fronte a pagine che possono essere considerate articoli, e l’intero libro può essere valutato come una raccolta di articoli umanistico-spirituali.
Secondo il metodo “casuale”, propongo le seguenti letture, intercalate da alcune personali riflessioni.
Con la Rivoluzione Francese (1789 - 1799)…innestata alla già fiorente rivoluzione industriale…prese avvio la morte del popolo, immolato sull’altare della società di massa dei tempi attuali. Dalla distinzione dell’uomo dalle cose, durata in secoli, millenni di razionalismo, si arriva al novecento, all’irrazionalismo affermatosi in ogni ambito della cultura (ivi compreso l’ambito scientifico tecnologico). Dove l’intellettualismo dei secoli passati aveva fatto dell’uomo il despota del creato, il vitalismo contemporaneo è approdato a una sorta di reciproca fagocitazione. L’uomo ottiene il dominio del mondo a patto di rinunciare a se stesso e di lasciarsene sopraffare. E’iniziato così il processo di massificazione, dell’omologazione e del totalitarismo, la storia del pensiero unico sviluppatosi dai semi del razionalismo antico, che ha trovato nell’odierna globalizzazione la sua realizzazione ottimale. Il villaggio globale mette forzatamente l’una accanto all’altra le varie culture…si vengono così a creare situazioni di attrito che spesso sfociano in azioni violente.
Prosegue Campegiani:
La relativizzazione dei valori cancella ogni illusione sulla possibilità di trovare punti di riferimento assoluti nel piano orizzontale della cultura. Questa consapevolezza dovrebbe spingere l’individuo verso l’analisi interiore, verticalmente tesa alla ricerca di valori assoluti dentro se stessi, anziché nell’esteriorità.
L’individuo non è una monade…in altre parole un’unità indistinta della massa umana, è un soggetto, ma anche oggetto, di esperienze, di relazioni, a partire però dalla relazione con se stesso. Se salta questo primo anello, salta tutta intera la catena relazionale e i contatti sociali si fanno inautentici. Così dicendo l’Autore ci mette in guardia dal pericolo di noi stessi.
Gianni Vattimo in accordo con altri autorevoli filosofi contemporanei, ha configurato il cosiddetto pensiero debole nel quale viviamo, in virtù deisuoi caratteri elastici, dinamici e liberi dai punti fermi del moralismo antico, in alternativa al pensiero forte e dogmatico che per secoli o millenni ha dominato nelle culture umane.
In questo contesto s’inserisce la scomparsa di Dio, riallacciandomi a quanto detto in apertura. La fuoriuscita del sacro dall’umanità, è un argomento di cui è imbevuta la cultura contemporanea e sul quale Dostoevskij si è soffermato più volte, ma senza scomodare ulteriormente il grande scrittore russo, più vicino a noi troviamo Pier Paolo Pasolini, che descrisse lucidamente le cause della desacralizzazione e ne profetizzo gli effetti. L’uomo ha abbandonato il sacro, o meglio, ha spostato il proprio interesse da ciò che riteneva un tempo “Il Sacro” – valori come la religiosità, la natura, la famiglia, il rispetto dell’altro, la parola data eccetera – dirottando questo sentimento di deferente sottomissione verso la scienza, la tecnologia, il denaro, confondendo così i mezzi con il fine.Ma il sacro non ha mai abbandonato l’uomo, siano noi che l’abbiamo ricacciato nei più profondi recessi della nostra anima, come fosse un elemento da estirpare, da rimuovere, perché ci chiede di agire, perché ci chiede di fare cose sproporzionate alle nostre capacità, ci chiede di metterci continuamente in gioco, ci chiede di essere liberi, ci chiede di esporci anche a rischio della nostra incolumità. Ci chiede di essere umani, ma per la maggior parte di noi questo è troppo. Concludo con queste parole di Franco Campegiani:
…dobbiamo iniziare da noi stessi, cercando la nostra essenza, quel pensiero che ci pensa, dal quale siamo pensati e che è, in fondo, il nostro stesso pensiero extracorporeo, sovra-razionale, al di fuori degli schemi, diverso dal pensiero che noi pensiamo e che scaturisce da noi, dalla nostra scatola cranica, eminentemente razionale, plagiata dai pregiudizi e dalle sovrastrutture culturali.

Ciampino, 15 maggio 2017

                                                                 Pio Ciuffarella


CLAUDIO FIORENTINI: "COS'E' LA SCRITTURA?"


Claudio Fiorentini,
collaboratore di Lèucade



Cos’è la scrittura? Possiamo rispondere da diversi punti di vista: 

cos’è per lo scrittore, cos’è per lo psicologo, cos’è per il grafologo, cos’è per il critico, cos’è e cos’è stata nella storia e via dicendo. Unendo i vari punti di vista, tenendo a mente che, come nei film, c’è sempre un mandante (l’idea), un esecutore (la mano, il movimento, il gesto), un’arma (gli strumenti di scrittura) e una vittima (il lettore).
Personalmente non so se importa qualificarla come disciplina o come passione, di fatto anch’io mi dedico a quest’attività per diversi motivi e mi trovo a combattere con questo codice di comunicazione per rispondere alle email, per comporre qualcosa che prima non c’era, per esprimere delle idee o per giustificare mia figlia di una sua assenza a scuola.
La scrittura, però, è pur sempre un codice: serve a rendere permanente la fragilità delle parole, o meglio, la loro transitorietà.
Serve anche per fissare le idee, e qui occorre una divagazione: se  io prendo appunti scrivo per me, quindi utilizzo un codice (abbreviazioni, sigle, segni e disegni…) che solo io posso interpretare in modo, diciamo, inequivocabile. Se invece scrivo una comunicazione (di qualsiasi tipo, lettera, email, denuncia, dichiarazione, etc…), devo usare un linguaggio che sia comprensibile ad altri. Quindi mi sento di 
chiarire: il linguaggio è il mezzo che trasporta, o comunica, dei contenuti, ed è determinato dalla tipologia della comunicazione; la scrittura invece è una solidificazione del linguaggio, scrivere significa fissare su un oggetto, tramite uno strumento, l’idea che deve trasmettere. Tornando indietro, si scriveva sulla sabbia, sulla terra, si incideva su un tronco d’albero o su una stele, si tracciavano segni colorati sulla pelle… ma cosa? Solo segni o simboli, perché non va dimenticato che veniamo da qualche millennio di analfabetismo. Però sorgeva il problema della trasmissione delle informazioni perché, ammettiamolo, imbustare, affrancare e spedire una pietra o un albero è un po’ complesso. E come veniva trasmessa un’idea nel passato? Come poteva diffondersi tra gli analfabeti? Forse si scriveva nell’aria… O meglio, si ricorreva alla 
voce per trasmettere a distanza e si inseriva il contenuto in un codice facilmente memorizzabile per farlo durare il più possibile, occorrevano forse un ritmo e una musicalità precisi, ecco: metro e ritmo, una poesia, insomma. Pensiamo, ad esempio, ai versetti del Corano, trasmessi
attraverso il deserto dalle voci dei Muezzin, e memorizzati da intere popolazioni per secoli… sono poeticamente perfetti nella lingua d’origine, e ancora oggi non possono essere discussi o alterati perché mantengono quella musicalità che ne permette la memorizzazione. Quando la scrittura era appannaggio di qualche privilegiato e quando Gutenberg ancora non aveva inventato nulla, scrivere era una fatica 
riservata a pochi scrivani, un lavoro, insomma, e non ci curavamo certo della calligrafia. La scrittura, come evento puramente meccanico, diventa importante nel momento in cui si impara a scrivere, e allora la calligrafia si personalizza. Anche gli strumenti usati per scrivere evolvono: si parte da un legno bruciato, poi un bastoncino su una tavoletta di cera o di creta, poi una piuma e un liquido scuro, poi una penna, poi una bic, una Remington, una Lettera 32, una telescrivente, un 
computer… e via dicendo. La scrittura, nella sua meccanica, usa strumenti; che siano evoluti o meno, sempre di strumenti si tratta. E per poterli usare occorre il movimento delle mani, quanto di più personale esista, la gestualità privata si trasferisce anche lì, e si fissa in tracce indelebili, su un 
supporto specifico che noi possiamo osservare, e ritradurre in concetti leggendo. Sul supporto c’è da fare un altro discorso, che sia carta o pergamena poco cambia, ma nel deserto, dove invece non c’è carta, si usavano le pelli di capra che, trattate ovviamente con le tecniche dell’epoca, tendevano ad arrotolarsi… questo obbligava lo scrivente a tenere la pelle tesa con una mano e a scrivere con l’altra, fissando una 
parte della pelle con un peso o con un chiodo… ovviamente questo dà un senso alla scrittura, da destra a sinistra se siamo destri, da sinistra a destra se siamo mancini… e si sa che nella storia vince sempre la maggioranza e i mancini non hanno lasciato il segno. Oggi, però, quando vediamo che la scrittura non è più appannaggio di pochi fortunati, assistiamo a una rivoluzione della meccanica della scrittura, che può a breve rivelarsi una involuzione, infatti gli strumenti utilizzati stanno cambiando rapidamente e da qualche anno scriviamo su una tastiera di un notebook se non addirittura su uno 
schermo di vetro, anche di piccole dimensioni, mentre correttori ortografici, traduttori automatici e convertitori audio-text si fanno carico di un antico lavoro riportandoci all’epoca degli scrivani a pagamento. Credo che sia un esercizio inutile prevedere il futuro, dato che questo 
si inventa da sé, ma forse è necessario affrontare il tema proiettandoci un po’ più in là nel tempo per capire come corriamo il rischio di diventare, mettendo in atto quante azioni possibili per evitare degenerazioni e per utilizzare gli strumenti nel migliore dei modi possibili. Io non ho paura del tablet, non temo il convertitore audio-testo, non demonizzo gli strumenti, semmai stigmatizzo l’invito alla pigrizia 
mentale collegato alle altissime velocità che la comunicazione di domani richiederà. Occorre dominare lo strumento, non esserne dominati. Di pasticci il genere umano ne ha combinati tanti, vedremo quello che saremo in grado di fare e se saremo capaci di convivere pacificamente con le innovazioni prima di trasformarle in strumenti di controllo o, peggio, in armi.
Questo per quanto riguarda la meccanica, rimane tuttavia un mistero il perché della scrittura, o meglio, il perché di una certa scrittura. E qui mi collego alla prima parte del libro, dove il protagonista manifesta il bisogno di scrivere e rinuncia persino ad uscire con la donna che ama pur di soddisfare questa sua intima necessità. Scrivere per scrivere. Una pratica del tutto inutile. Scrive qualcosa di utile il medico quando prescrive una cura, l’ingegnere quando descrive un progetto, il chimico, il fisico o il matematico quando nei loro 
simboli riassumono una formula, il giudice con la sua sentenza, l’assicuratore con la sua valutazione del danno, il critico con la sua recensione… Il poeta, il narratore, il musicista (perché anche le note su uno spartito sono scrittura)… che scrivono a fare? Tradurre in codice 
l’inafferrabile, a cosa serve? Il poeta, poi, che scrive cose che sono nei silenzi e tra le righe, significati sottili… cosa li spinge a scrivere non si sa, ma se noi chiedessimo in giro chi ha scritto almeno una poesia nella sua vita, sono sicuro che almeno uno su due alzerà la mano. Bene, abbiamo parlato del movimento, degli strumenti e della loro evoluzione, abbiamo parlato della meccanica dello scrivere e anche del 
motivo per cui si scrive, ma questo resta una visione personale, per capirne di più occorre fare un viaggio attraverso le varie opinioni dei vari scrittori, in questo ci aiuta l’intervento del critico, che ben raccoglie, nel suo breve e istruttivo saggio, opinioni e appunti di numerosi scrittori.
La storia non può essere negata, da quando il primo uomo ha disegnato, con un legno bruciato, un toro sulle pareti della sua caverna, migliaia, milioni, miliardi di altri uomini hanno tentato di fare la stessa cosa: trasmettere il proprio vissuto ad altri. Oggi che a scrivere siamo in tanti, ci troviamo in un mondo di poeti… dico poeti perché a volte basta 
una dichiarazione d’amore per sentirsi tali, e perché la poesia ha i suoi aspetti pratici: è breve e si scrive in cinque minuti.
Però, oltre al mistero dello scrivere, esiste un altro mistero 
complementare, parallelo, speculare… il mistero della lettura.
Già, perché non va dimenticato che chi scrive vuole che lo si legga. Fanno eccezione i medici, dei quali sappiamo quanto sia difficile decifrare la scrittura, o i politici che legiferano, i quali fanno  di tutto per non essere capiti. Ma in linea di principio diciamo che si scrive per far leggere, e qui non c’è dubbio… non ci si può chiedere se prima viene l’uovo o la gallina… prima viene la scrittura, la lettura è la necessaria conseguenza.


Claudio Fiorentini

sabato 27 maggio 2017

LINO D'AMICO: "SUSSURRI DI EMOZIONI"

Lino D'Amico,

Sussurri di emozioni

Credo sia opportuno riportare alcuni miei scritti sulla poesia di Lino D’Amico:

Questa la mia Prefazione al testo:


“Poesia con valenza eponima di forte impatto emotivo-vicissitudinale. Gli abbrivi intimi si affidano ad una metaforicità di urgente respiro; ad uno stilema folto di immagini ricche di impatti memoriali, dove il tempo fugge senza rispetto per il sacrosanto patrimonio del nostro essere. La vita c’è tutta con il suo bagaglio ontologico, coi suoi quesiti esistenziali, in un raffronto vicissitudinale che inquieta e dà segno della fragilità dell’esser-ci. “Dilemmi confusi smarriti nell’attimo… brusii di fluttuanti memorie… profughe eco… dissolversi di un respiro… correre di passi…”. Tutto è precario, tutto è fragile in questa significanza di larga intrusione epigrammatica che coinvolge a livello umano, contemplativo ed escatologico. D’altronde l’uomo ha sempre sofferto di fronte al pensiero del tutto o del nulla; del dopo o del prima; di fronte al pensiero dell’oggi e dell’ieri. Tanti momenti che delineano le problematiche del fatto di esistere: a quale destino il patrimonio della nostra terrenità? a quale isola quello che resterà di un viaggio fatto di tappe a volte piacevoli, a volte in ripida salita, a volte fra pensieri, tormenti e riflessioni su ciò che siamo, siamo stati e saremo. Cerchiamo con tutto il nostro pathos di ripescare momenti o figure, incontri o sottrazioni; di tenerli con noi con tutte le energie possibili. Ma la clessidra scorre improrogabilmente con una fretta tale che le memorie stesse si assottigliano, sfuocano o si dissolvono  come foglie d’autunno:

Svaporano nell’oblio briciole di ricordi,
mormorii ed allegorie di sogni,
silenzi di emozioni vissute
tra  fatui sospiri e speranze sopite,
eteree, come sublime immanenza
di una struggente melodia

E mentre noi passiamo impigliati nella rete della vita, quello che ci attende è un vuoto che svanisce dove gli sprazzi di luce si arrendono alle ombre: “tra pigre apparenti empatie,/ in un viaggio vissuto, forse senza partire”.

Ed è già ieri”

Nazario Pardini


Ed è già ieri

Dilemmi confusi smarriti nell’attimo,
dileguano brusii di fluttuanti memorie,
vestono brandelli di profughe eco
nel lento dissolversi di un respiro
che scolora baluginii di sensazioni,
mute compagne del correre di passi.

Svaporano nell’oblio briciole di ricordi,
mormorii ed allegorie di sogni,
silenzi di emozioni vissute
tra  fatui sospiri e speranze sopite,
eteree, come sublime immanenza
di una struggente melodia.

Come refolo che circuisce il nulla
nella illusoria clessidra dei miraggi,
il tempo rincorre un vuoto che svanisce,
cede alle ombre balenii di luce,
tra pigre apparenti empatie,
in un viaggio vissuto, forse senza partire.

Ed è già ieri.



Un libro ben fatto, editato con amore e professionalità, questo nuovo di Lino D’Amico. Tante poesie che in gran parte hanno trovato ospitalità sul blog Alla volta di Lèucade e che  con estrema duttilità esprimono tutto l’amore dell’autore per questa antica arte. Ma c’è qualcosa di nuovo, e non è poco, e sta nella corrispondenza fra immagini fotografiche e canti; il tutto in un ensemble di grande effetto cromatico-allusivo; coinvolgente e avvolgente: scatti di per sé emblematici e significativi: figure umane, panorami, squarci autunnali, sentieri montani,  brumosi castelli, anziani dormienti, cime rosa in vertigini azzurre, spazi di grani  mietuti, di cipressi accoccolati…. Tante immagini che danno forza e concretezza ai vari momenti lirici del nostro D’Amico, alcuni dei quali, riportati su questo testo dal titolo Sussurri di emozioni, ho avuto occasione di commentare e recensire. Mi piace ricorrere ad alcuni miei scritti, che a suo tempo avevo stilati, per mettere in evidenza la saudade, e quel substrato di malinconia che fa bene al canto; quella semplicità espositiva che lo rende fruibile: naturalmente semplicità nel senso positivo del termine; quella a cui si perviene dopo anni di maturazione; quando, appunto, ci si incontra con noi stessi in un afflato di spontanea liricità che non ha alcun bisogno di rocamboleschi rigiri  di parole ma solo della chiara oggettivazione di quello che siamo e di quello che fummo.


Questo scrissi a proposito della poesia Antiche pietre:

Poesia di forte intensità umana; di ontologica vicenda esistenziale; qui si va oltre il terreno, oltre gli spazi ristretti del soggiorno; si volge lo sguardo a pietre antiche che hanno sepolto memorie, volti, sogni, civiltà: “antiche pietre vegliano/ profughe memorie”; memorie in fuga verso orizzonti indefiniti. Tutto è silenzio. Il tempo ha chiuso la sua porta a fantasie, sentimenti, voli e svoli. Restano di un’intera vita delle piccole fiammelle come fuochi fatui; un crepuscolo che tanto sa di ultimazione, di redde rationem, di sottrazione. Ogni tratto del percorso si fa simbolo della brevità del giorno, della fugacità dell’ora, dello svanire del tutto, di una vita di passioni e di memorie. Onirici allunghi; pietre testimoni di un esistere di amori perduti, gioiose nostalgie, furtive carezze, perdoni negati, abbracci affettuosi, sprazzi di luce, nuvole al vento, sciami di aromi, ombre di cieli vuoti. Una sottile melanconia pervade l’intera pièce dandole compattezza e organicità. Dire che il memoriale e il mistero siano parte integrante delle vita del poeta è come rimandare il nostro ricordo a “Le Génie du Christianisme di Francois-René de Chateaubriand” che afferma: “Tutto è nascosto, tutto è ignoto nell’universo. Lo stesso uomo non è forse uno strano mistero?  Da dove parte il lampo che noi chiamiamo esistenza e in quale notte si spegne?”. La versificazione scorre con armonia e varietà metrica affidandosi ad effetti contrattivi ed estensivi per concretizzare il pathos del poeta; e sono le misure accessorie (in prevalenza settenari) a rafforzare la funzione sonora e visiva degli endecasillabi; della loro musicalità in una poesia che dice dell’uomo, della sua storia, del suoi odeporici intenti, del suo essere tassello di un perpetuo foscoliano storicismo”.

Nell’etereo e silenzioso oblio,
sudario di riposo
per la quiete dei giusti,
antiche pietre vegliano 
profughe memorie.

In quel ricetto, ogni fruscio è silenzio,
senza spazio, senza tempo,
svapora tra fugaci sensazioni,
 antichi ascolti di echi latenti,
chimere di un fugace passato.

Aleggiano impulsi di amori perduti,
gioiose nostalgie, furtive carezze,
perdoni negati, abbracci affettuosi,
sprazzi di luce, nuvole al vento.
sciami di aromi, ombre di cieli vuoti.

E nel tenue calar del crepuscolo,
fioche fiammelle sembrano danzare,
nel vuoto di mille ombre,
che dalle antiche pietre,
sussurrano a chi sa ascoltare.


E quello che segue per commentare altre poesie postate sull’isola di Lèucade:

“Poesia spontanea, che, avvolta da un alone di semplicità, e da intenti di urgente comunicazione, si distende su uno spartito di plurima significanza. Di forte allusione alla caducità della vita. Non mancano  guizzi di metaforicità a fare da scavo ai quesiti del nostro esistere; a volgere sguardi verso panorami privi di silenzi sciapi. Ed è così che i sogni, le illusioni, le delusioni, le rievocazioni, il patema del tempus fugit, e il senso del mistero che ci avvolge si sciolgono in inquietudini esistenziali di generoso impatto emotivo. Di un impatto in cui i  palpiti di un alitar di brezza, la notte, i diafani petali di luna, il brivido dell’autunno, e il ricordo dell’ultimo sole d’estate si traducono in visive concretizzazioni di  sapidità umana. In un malinconico silenzio che, scorrendo nel sottofondo delle poesie, coniuga speranze smarrite a melodie che hanno sfumature d’infinito. E anche se nel correre delle stagioni riaffiorano sogni ed emozioni di antiche primavere, “il giorno evapora nel nulla/…/ oltre il sussurro di un volo di ricordi”.


 Nazario Pardini